VINI

Vini

<= HOME

I vini a doc del Monferrato

Le barbere

I vini capaci di esprimere la specificità del territorio monferrino, cioè in grado di rappresentarne la unicità attraverso il riconoscimento delle loro tipicità, tra bianchi e rossi, tra secchi e dolci, tra aromatici e non, sono una ventina.
Tutti vini derivati da vigneti storici, di antica e nobilissima tradizione. Parlare di loro e un piacere secondo solo a quello che deriva dal berli. Tuttavia, come non è non saggio indugiare oltre misura nel piacere della loro introiezione, non metaforica, non è possibile coi tempi che corrono e con la necessità di star loro appresso eccedere nel piacere che traiamo nel parlarne.
Ci limitiamo pertanto a considerarne uno solo, particolarmente rappresentativo e particolarmente importante per il consumo, per la qualità, per il peso economico, per il ruolo che la tradizione gli riconosce anche a livello regionale: la Barbera.
Guai a chiamarlo il Barbera ! Vediamo perché.
Giuseppe Colli menziona "Umberto Calosso (1895-1955), uomo politico e parlamentare monferrino,.." che ricorda che "La Barbera è un tipo di vino maschio, benché il suo nome sia di genere femminile e nessuna barba di grammatico abbia il diritto di farlo maschile dicendo il Barbera, come dicono parecchi a torto."
Con qualche sfumatura diversa, viva la diversità, direbbero i cugini francesi, anche Paolo Monelli sostiene la femminilità della Barbera. Vediamo come "E' uno dei pochi vini di sesso femminile,..., ma se è femmina è una virago da mettere fuori combattimento la gioventù tenerella e delicatina che usa oggi. L'ho già definito il fante dei vini piemontesi, pistapauta e scaccianebbie, burbero tutto vino, nel colore scuro, nelle macchie che fa sulla tovaglia, nell'afrore che da al fiato, nel profumo forte." La Barbera, dunque, anzi le Barbera.

Cerchiamo ora di approfondirne la conoscenza.
Il vino Barbera è un vino piemontese molto conosciuto che, nel corso degli anni, è passato da un'immagine di vino generoso ma aspro, a quella di prodotto di più interessanti qualità e ciò grazie all'impegno dei suoi produttori.
Il vino Barbera o la Barbera, come Colosso e Monelli ci hanno ricordato di denominarla, nasce dall'omonima varietà di vite in una vasta zona di territori piemontesi vocati per questa produzione.
Il più antico documento che cita la varietà di uva Barbera sembra essere una relazione del 1799, del Conte Nuvolone, vice direttore della Società Agraria di Torino, "Sulla coltivazione della vite e sul modo di fare i vini" nel quale, fra le "uve nere di prima qualità" piemontesi è ricordato questo vitigno.
La sua coltivazione, però, è certamente più antica e la zona di origine deve essere individuata nel territorio che fu Ducato di Monferrato, tanto che il Gallesio, nella sua "Pomona italiana" del 1839, la definiva "Vitis vinifera Montisferratensis".
La troviamo citata, inoltre, nell'Acerbi (1825), nel catalogo di Incisa (1852) e del Mendola (1868), prima che De Maria e Leardi, nel 1885, ne facessero una descrizione particolareggiata nella "Ampelografia della provincia di Alessandria".
Da queste varietà, comunque, si ricavavano certamente ottimi vini da molto tempo, tanto che non è azzardato pensare a vini ottenuti anche da Barbera, nel riferimento di Andrea Bacci - il grande scienziato medico di Papa... -che, nel 1500, nella sua "De Naturali vinorum historia", testimoniava sulla presenza in Piemonte di vini piuttosto aspri, ma robusti e di bel colore, che si denominavano "bruschi" e che erano molto apprezzati alla mensa del Duca di Savoia.
La prima traccia formale, però, di un vino denominato Barbera si trova in un documento del 1600 conservato nel Municipio di Nizza Monferrato.
E' certamente un vino che ha colpito l'immaginazione per le sue specifiche qualità come dimostrano alcuni esempi.
Nel 1778, il Conte Nuvolone lo definì "Vino possente, sempre piuttosto severo, ma ricco di un profumo squisito e d'un sapore che alla forza accoppia la finezza".
Alla fine dell'800, Strucchi - un grande enologo - si espresse così..... "quando il vino Barbera ha raggiunto cinque o sei anni di età, riesce adattissimo come vino da arrosto, come il Barolo, al quale allora viene da molti preferito".
E Carducci la chiamò "generosa Barbera" continuando...."bevendola ci pare - d'essere soli in mare - sfidanti una bufera - mentre Cesare Pavese in una lettera, lo marcò come "leggendario".... fino a Monelli che, come abbiamo già visto, riferendosi al suo genere femminile, aggiunse "ma se è femmina è una virago da mettere fuori combattimento la gioventù tenerella e delicatina che usa oggi..."

La denominazione e le terre
La coltivazione del vitigno Barbera è molto diffusa, soprattutto in Piemonte e dà origine ad alcune diverse tipologie di vino (la Barbera) caratteristiche, in funzione del territorio di produzione.
Esistono in sostanza 4 Denominazioni di Origine di zone particolari, i quattro petali di un quadrifoglio:
Barbera d'Alba, Barbera d'Asti, Barbera del Monferrato, Colli tortonesi Barbera ed uno, il Piemonte Barbera, più generale, dai caratteri di ottima qualità, ma meno specifici.
La Barbera d'Alba viene prodotta nella zona collinare di Alba, in provincia di Cuneo, su terreni preminentemente argilloso-calcarei e calcareo-silicei, con una resa massima di uva di 100 quintali per ettaro.
La Barbera d'Asti ha la sua zona di produzione in 118 comuni della provincia di Asti ed in 50 comuni della provincia di Alessandria. I vigneti sono tutti in zona collinare su terreni prevalentemente argillosi, calcarei, siliceii, e la produzione di uva non può superare i 90 quintali per ettaro.
La Barbera del Monferrato è prodotta nell'alto e basso Monferrato, in provincia di Alessandria ed in parte della provincia di Asti. Anche qui i vigneti sono ubicati in collina, su terreni magri, calcarei, argillosi e la produzione di uva non può superare i 100 quintali per ettaro.
I Colli tortonesi Barbera viene prodotto con uve che nascono in vigneti dei territori delle colline della zona di Tortona, su terreni analoghi a quelli prima ricordati, e con produzioni che non superano i 100 quintali per ettaro.
La Piemonte Barbera, nasce in tutti i territori visti, in vigneti, però, che possono produrre fin a 110 quintali di uva per ettari.

Il vitigno di base
Il vitigno fondamentale per ottenere le Barbera appena menzionate, è il Barbera, la cui uva deve essere presente per almeno l'85% nella vendemmia che porterà ai futuri vini con questo nome. Il rimanente 15% di uve deve comunque essere prodotto nelle zone tipiche individuate e appartenere ai vitigni lì ammessi alla coltivazione.
Il Barbera è un vitigno che non ha veri sinonimi; le varie denominazioni non sono altro che il nome della varietà con qualche aggettivo qualificativo o accrescitivo. Ad esempio Barbera grossa, Barbera fine, Barbera forte, Barbera nera, Barbera a raspo verde, Barbera a raspo rosso, ecc., ecc.

I VINI
Caratteristiche sensoriali
Questo vino si ottiene dalla fermentazione di mosto derivato da uve Barbera con la possibilità di taglio con mosti o vini Freisa, Grignolino e Dolcetto, nella misura del 15%.

La Barbera d'Asti, minimo tenore alcolico 11.5% vv, ha un invecchiamento minimo previsto sino al 1° marzo successivo alla vendemmia, mentre se viene riconosciuta come "Superiore", per cui è prevista la gradazione alcolica di 12 gradi è obbligatorio l'invecchiamento di 1 anno a partire dal 1° gennaio dell' anno successivo alla vendemmia con minimo di 6 mesi in botte. Sul mercato troviamo la versione barricata e quella tradizionale.
All'occhio, il colore, tono, spazia dal rosso rubino al rosso granato, ma non è raro trovare vini di colore rosso violaceo fino al bluastro.
Al naso, nel caso del prodotto tradizionale, sono frequenti le impressioni florali, non sempre intensissime, ma quando percepibili, ricordano per lo più la viola.
Abbastanza comuni le note olfattive di tipo speziato, fra esse prevale il pepe.
Su tutti gli odori, in genere, domina per intensità la percezione dei caratteri che richiamano la frutta. In primo luogo quello della ciliegia che potremmo definire il carattere distintivo di questo vino.
Al palato l'edificio gustativo risulta sorretto da 3 cardini dal cui equilibrio dipende la gradevolezza e la perfezione del vino. Il primo di essi è costituito dall'acidità che nella Barbera giovanissima può anche essere intensa, ma che si attenua con l'avvento della primavera dell'anno successivo periodo in cui di solito si avvia la distruzione dell'acido malico. Il secondo cardine è rappresentato dalla morbidezza che concettualmente esprime, sul piano sensoriale , il complemento dell'astringenza. La Barbera d'Asti non è un vino molto astringente o particolarmente amaro. Ad essa è dunque congeniale una certa naturale morbidezza che si traduce come un'astringenza appena "intuibile". In ultimo, il carattere fondamentale e distintivo è la struttura o corpo, ovverosia, quell'insieme di caratteristiche sensoriali conferite al vino dai propri costituenti (acidi, polifenoli, alcol, sali, ecc.) che determinano la consistenza e, appunto, il corpo al vino. Sotto questo profilo la Barbera d'Asti si può considerare senz'altro un vino di corpo e ben strutturato.

La Barbera del Monferrato , territorio del Piemonte che trasuda Storia (si pensi all'assedio di Alessandria ad opera di Federico Barbarossa o alla più recente battaglia di Marengo trampolino militare e politico del Bonaparte), si può realizzare con l'aggiunta di mosto o vino dei vitigni Freisa, Grignolino e Dolcetto (tutti vitigni autoctoni) nella misura massima del 15%. La gradazione alcolica minima è di 11.5 gradi. E' previsto, per la qualifica "Superiore" (12.5% di alcol) l'invecchiamento di 1 anno di cui la metà in botti di legno. Una parte notevole di questa produzione viene realizzata nella versione "vivace", ossia con un leggero sviluppo di gas (anidride carbonica).
All'occhio presenta un colore rosso rubino, più o meno intenso, con riflessi violacei. Raramente compare il tono granato e quasi mai i riflessi aranciati.
Al naso è netta la prevalenza degli odori di frutta. In questo vino è possibile riconoscere con una certa facilità l'odore di lampone, o di frutto di sottobosco, che può superare per intensità il già caratteristico odore di ciliegia. Troviamo ancora note di fondo che ricordano la confettura e talune impressioni che suggeriscono l'idea dell'erba di campo.
Al palato avvertiamo la presenza di una leggera effervescenza che tuttavia non esalta, se non in maniera gradevole, la percezione dell'acidità, che risulta moderata e "rinfrescante", e dell' astringenza che rende piacevole e stimolante il vino. Questa Barbera, pur essendo leggermente meno strutturata delle precedenti, si propone, comunque, come vino solido e di corpo.
Esistono in Piemonte altre 2 DOC che hanno alla base il vitigno Barbera.
Il Rubino di Cantavenna che prevede la Barbera in misura dal 75 al 90%, mentre in misura massima del 25% possono essere impiegati Grignolino e Freisa. Praticamente si produce nel solo Comune di Gabiano e in qualche frazione limitrofa . DPR 9/1/1970.
Il Gabiano costituito per il 90-95% di Barbera e il resto da Grignolino e Freisa. Zona di produzione Gabiano e Moncestino. DPR 15/7/1983.
Prosit!
Si ringrazia per la collaborazione l' autore dell' articolo, il Dott. Mario Ubigli, dell' Istituto Sperimentale per l' Enologia

IL MOSCATO

"Una serie di Comuni contigui appartenenti rispettivamente alla tre regioni dell'Astesana, dell'Alto Monferrato e delle Langhe costituiscono nel loro insieme una zona che, a buon diritto, può chiamarsi "zona del Moscato.....". Così nel 1895, Arnaldo Strucchi, e Mario Zecchini, in una monografia dedicata al Moscato di Canelli definivano per la prima volta ed in modo impeccabile, l'area che molto più tardi sarebbe diventata la patria dell'Asti e del Moscato d'Asti D.O.C.G. I due autori avevano già capito che un vino di pregio non può mai essere disgiunto dalle terre da cui nasce: da esse, come la vite ne succhia gli umori e le linfe, assimila memorie, suggestioni, tradizioni, carattere, cultura. Se il Moscato d'Asti e l'Asti rappresentano ormai il "genius loci" delle zone da cui provengono, a loro volta tali zone sono il presupposto principale alla loro unicità ed irrepetibilità.
Parliamo di "zone" al plurale perchè non si può conoscere il Moscato se non si assimila prima questa fondamentale nozione: la sua area di produzione è "trinaria " ed è costituita da considerevoli porzioni di tre fra le principali sub-Regioni Enoiche e Storiche del Piemonte, cioè l'Astesana, le Langhe e il Monferrato, che in essa si incontrano e dialogano senza rinunciare alle rispettive peculiarità. In questo meraviglioso trittico di personaggi, di memorie, di culture , Canelli è proprio nel mezzo, ombelico, fulcro, anello di congiunzione, avamposto di frontiera e "porta del Mondo" per usare un'espressione di Cesare Pavese. Per secoli qui si intersecarono confini funestati da guerre incessanti, ma anche rotte di transito e di importanti percorsi commerciali. Poichè le frontiere separano ed uniscono in egual misura, Canelli ha visto per secoli scontrarsi gli uomini ed ha fatto in modo che la seconda attività potesse comunque sempre prevalere sulla prima.
Questo per la storia e per la geografia, per il Moscato e per l'Asti il discorso si ribalta completamente e Canelli diventa elemento generatore, luogo magico dove tutto ha avuto inizio, "alma mater" di questi due vini. Andiamo con ordine: il Moscato arrivò in Piemonte nel XIII secolo, e si diffuse ben presto in tutta le Regione, sia pure in quantità modeste. Nel quattrocento emergevano già le prime aree pregiate: non solo Astesana e Monferrato, ma anche Saluzzo, Pinerolo etc. Nel cinque-seicento i Duchi di Savoia consolidano le fortune del Moscato di Canelli e di Calosso scegliendolo personalmente con le proprie tavole; i nemici Gonzaga, Marchesi di Monferrato, si rivolgono a Nizza e Santo Stefano Belbo per la stessa ragione.
A partire dalla fine del XVII secolo si innesca un particolare fenomeno: mentre in tutto il Piemonte la coltivazione del Moscato rimane stazionaria, o decresce fino a scomparire, a Canelli aumenta in misura esponenziale. Merito, sicuramente, di più razionali tecniche di vinificazione elaborate in loco e anche di maggior intraprendenza commerciale.
Nel 1753 l'Intendente delle "regie Finanze" in visita a Canelli può scrivere che il Moscato è ".....lo maggior frutto di queste terre, qual riesce dilicato dolce et perfettostante massime l'Industria delli abitatori......" parole e date fatidiche, che sanciscono l'ormai avvenuta trasfomazione di Canelli da semplice cittadina agricola a centro enologico d'importanza europea. Il Moscato diventa la vita stessa della comunità, quando a partire dalla fine del Settecento nascono e si moltiplicano le prime industrie imbottigliatrici, moltiplicando i posti di lavoro e la popolazione residente, caratterizzando in modo indelebile l'economia, l'urbanistica, la società canellese.
Già nel 1895 nel Comune di Canelli si coltivava la metà di tutto il Moscato esistente in Piemonte, e se ne imbottigliava e commercializzava la maggior parte.

Si ringrazia per la collaborazione al presente articolo l' Amministrazione Comunale di Canelli

Ruchè di Castagnole Monferrato

Poco conosciuto e considerato una delle "piccole DOC" piemontesi, il Ruchè di Castagnole Monferrato si produce con le uve del vitigno omonimo. Questa particolare coltivazione ha origini incerte così come il suo nome. Di sicuro si sa che a Castagnole Monferrato questo grappolo nero ed allungato è presente da tempi remoti e c'è stato chi lo ha usato solo come uva da tavola e chi invece l'ha voluto impiegare, in assemblaggio con altre, come uva da vino.
Poi, un giorno, qualcuno ha cominciato a vinificare separatamente quest'uva e così poco alla volta il vino Ruchè di Castagnole Monferrato ha definito meglio i suoi caratteri tipici.
La denominazione di origine arriva solo nel 1987 e lo richiede prodotto nei paesi di Castagnole Monferrato, Grana, Montemagno, Portacomaro, Refrancore, Scurzolengo e Viarigi, in provincia di Asti. Secondo il disciplinare di produzione deve essere prodotto con uve Ruchè per almeno il 90%, mentre per il restante 10% possono intervenire uve Barbera e Brachetto, da sole o congiuntamente. La gradazione alcolica non deve essere inferiore a 12% vol. e non è obbligatorio l'invecchiamento . Nel calice, balza subito agli occhi il suo colore rubino con riflessi violetti; la degustazione lo descrive vinoso e gradevolmente aromatico al profumo, con una nota quasi "orientale" che ricorda l'incenso; secco o delicatamente amabile al sapore, di media struttura e tannicità equilibrata.
Per quanto riguarda la descrizione ampelografica, il Ruchè si presenta come uva a frutto nero con vigoria vegetativa media e produttività buona ma non sempre costante. La foglia è medio - piccola, trilobata e più raramente pentalobata di colore verde chiaro e glabra. Il grappolo ha forma cilindrico - piramidale, allungato, compatto e composto con acini medi e subrotondi dal colore tendente al violaceo, buccia consistente e molto pruinosa. L'epoca di maturazione coincide con la fine di settembre o, al massimo, l'inizio di ottobre. Non essendoci attestazioni bibliografiche ed essendo molto vaghe le testimonianze verbali sull'origine del vitigno, questo vino si è dotato di un alone di mistero che lo rende molto affascinante. Per quanto riguarda l'origine del nome, sono state fatte due ipotesi: si pensa che derivi da San Rocco poiché sarebbe stata una comunità di monaci devoti a questo santo che avrebbero introdotto la sua coltivazione in zona; c'è invece chi attribuisce il suo nome alla predilezione del vitigno per i terreni delle rocche più alte.
Un tempo, per la gente di Castagnole Monferrato, il Ruchè era il vino della festa, un vino che si poneva come alternativa ad altri di consumo quotidiano e che col tempo ha acquistato un alone leggendario diventando nell'immaginario collettivo il vino che aveva accompagnato le milizie astigiane nelle crociate e che aveva contribuito alla vittoria dei Longobardi contro i Franchi nei pressi di Refrancore. Il fascino e il mistero di questo vino sono reali, le sue origini sconosciute e il suo sapore così particolare lo distinguono nettamente da tutti gli altri vini piemontesi e lo rendono una vera perla della viticoltura di questa regione.
La zona di produzione del Ruche' comprende l'intero territorio dei comuni di: Castagnole Monferrato, Grana, Montemagno, Portacomaro, Refrancore, Scurzolengo e Viarigi

Aspetto: Limpidissimo con buona vivaccizzazione della luce. Colore rosso rubino con accentuate sfumature di porpora; da giovane possiede notevoli riflessi violetti che si trsformano, nel tempo, in aranciati vivi. Dotato di buona capacità a formare archetti abbondanti e lenti a scendere.

Bouquet: Fine, persistente, intenso, complesso, lievemente aromatico, caratteristico. Riesce difficile sviscerare le percezioni entusiasmanti che riempiono, fino ad inebriare le narici. Emerge una piacevole percezione aromatica che è la fusione del profumo della ciliegia giustamente matura e l'albicocca. Si avvertono piacevoli sfumature di nocciola, frutta, sciroppata, pesca, banana, frutta secca, more e lamponi in cocktail. Particolare rilevanza al profumo del geranio fiorito.

Sapore: Morbido e vellutato, di buona intensità e di bella lunghezza di sapore, giustamente caldo, armonioso. La sua relative bassa acidità, la sua alcolicità e la caratteristica di un corpo equilibrato rendono il Ruchè un vino di facile e piacevole morbidezza, che è ulteriormente arricchitmento di un buon contenuto di glicerina. Caratteristica dominante e duratura negli anni di vita del vino è la carezzevole percezione, nel retrogusto, della nuances aromatica composta dal vellutato dell'albicocca ben matura e dalla ciliegia lievemente appassita, della mela cotogna sciroppata con il miele.

Conclusioni: Il Ruchè di Castagnole Monferrato è tra le ultime DOC nate in Piemonte. La qualità di questo nobilissimo vino sono certamente tali da farlo entrare, in tempi brevi, tra la ristretta schiera dei più grandi vini. Piccole sono le qualità di produzione di ogni singola azienda. Matura da metà settembre a seconda dell'andamento climatico e vi è la tendenza ad un ritardo di vendemmia per favorire una maggiore resa in alcol e buon equilibrio acido. I vini così ottenuti sono più portati verso piatti robusti a base di carni, selvaggina e formaggi ben saporiti.

Produzione: 200.000 bottiglie fra tutti i produttori.

Abbinamenti: Il Ruchè di Castagnole Monferrato è ottimo vino da formaggi saporiti di media maturazione (Castelmagno, Raschera, Gorgonzola, Grana da Tavola e i caratteristici piatti di stagione Autunno-Invernali tipici piemontesi quali: fonduta, finanziera, agnolotti)

Da provare: Robiola d'Alba o di Roccaverano ben matura aggraziata con un cucchiaino di mostarda piemontese (uva cotta), un pezzetto di pane casereccio, ed un bicchiere di Ruchè. E' uno dei modi di assaporarlo.

Temperatura di servizio: 16-18°C.

Si ringrazia per la collaborazione l' autore dell' articolo, il Sig Francesco Marengo, Sindaco di Castagnole Monferrato

<= HOME