Camilla Faà

Contessa Camilla Faà di Bruno[1]


Ritratto di Camilla Faà - Galleria del Castello di Bruno - La bella “Ardizzina”

“Dio mi tolga più presto la vita, che mai per causa mia li miei parenti abbino d’andare a capo chino”.[2]
Nel ricordare “la triste” storia di Camilla Faà di Bruno ci si riferisce alle numerose pagine che precedenti scrittori ci hanno tramandato ed in particolare agli Annali del Monferrato, di Aldo di Ricaldone, a Memorie di Camilla Faà di Bruno, scritte di suo pugno, con annotazioni del Giorcelli; a Le tradizioni Italiane, di P. Corelli; a Famiglie nobili alessandrine e monferrine, di Francesco Guasco; a Il Merito delle Donne, di Francesco Ambrosoli; a La bella Ardizzina, di G.B. Intra; a Camilla Gonzaga, di G. Zapparoli; a Camilla Gonzaga Faà, di F. Sorbelli-Bonfa; a Lettere Inedite “Nozze Loria Artom”,di G. Monselice; a Sfortunatissimi Amori di Camilla Faà, di Carlo D’Arco; a La monferrina Camilla Faà di Bruno, vera Duchessa di Mantova, di Giovanna Spagarino Viglongo; a Historia Belli Monferratensis, di Antonio Possevini; a Annali, di Gabriel Giolito de’ Ferrari.[3]
Nel 1609 , Francesco Gonzaga, che era governatore del Monferrato, viveva serenamente con la moglie, Duchessa Margherita di Savoia, e con la sua corte a Casale Monferrato, dove la Duchessa si era circondata di numerose e nobili dame di compagnia, e tra queste vi era la Camilla Faà di Bruno, detta la bella Ardizzina, figlia di Margherita Fassati e del Conte Arcidino o Ardizzino Faà di Bruno, Militare ed Ambasciatore dei Gonzaga a Milano. Però tristi e foschi eventi posero fine a quella serenità. Nel febbraio 1612 morì a Mantova il Duca Vincenzo Gonzaga a cui successe il primogenito Francesco che lasciata Casale tornò a Mantova con tutta la sua Corte, ed a causa di un’epidemia di vaiolo morì dopo pochi mesi a soli 26 anni,il 22 dicembre 1612.
Gli successe Ferdinando, divenuto il VI duca di Mantova e IV del Monferrato, Cardinale residente a Roma, che lasciò la porpora per il Ducato, non senza contrasti da parte del Duca Carlo Emanuele I di Savoia, in quanto padre della Duchessa Margherita di Savoia, e nonno della piccola Maria, figlia di quest’ultima. Il Savoia infatti la voleva erede del Marchesato del Monferrato.
In un primo tempo, consigliato dai suoi ministri, Ferdinando pensò di sposare la cognata, anche se a malincuore, ma i fatti andarono diversamente, ed il 22 aprile 1613 scoppiò la “I° guerra del Monferrato” che vide la nostra terra (Il Monferrato) percorsa da eserciti spagnoli, lombardi, francesi e truppe mercenarie, che causarono gravissimi danni sia alle coltivazioni che alle popolazioni. Il conflitto si concluse poi con la Pace di Madrid del 1617 che prevedeva la rinuncia del Monferrato da parte del Duca di Savoia.
La vita alla Corte di Mantova, nonostante lo stato di belligeranza, scorreva serena e fastosa come sempre, e Camilla, essendo rientrata da Casale su esplicita richiesta Duca Ferdinando, vi prendeva parte, come tutti, venendo sottoposta ad una corte assidua da parte dello stesso Duca che si era invaghito di lei. La Faà, bellissima fanciulla di 16 anni, resistette a tutte le promesse ed anche a minacce ricevute da parte del Duca stesso, tanto che per conquistarla definitivamente, le rilasciò il seguente documento scritto di proprio pugno: “ Io, Ferdinando Gonzaga, Duca di Mantova e del Monferrato, prometto a Dio et a donna Camilla Faà di sposarla e di pigliarla per mia legittima consorte, et in fede della mia irrevocabile volontà questa sarà scritta e sottoscritta da me il 16 febbraio 1616. Ferdinando Duca di Mantova.”
Le nozze furono celebrate il 19 febbraio del 1616, officiate nella Cappella del Palazzo Ducale, da Mons.Gregorio Carbonelli, Vescovo di Diocesarea e Abate di Santa Barbara, con testimone Alessandro Ferraris, Aiutante di Camera del Duca.
Fu un’unione quasi segreta e pare che il celebrante commettesse appositamente alcune piccole irregolarità per favorire un eventuale scioglimento del matrimonio stesso, che risulterà poi fortemente avversato dalla corte e dai parenti.
Dal giorno delle nozze il Duca e Camilla,che si firmava Donna Camilla Gonzaga Faà, cercarono di mantenere segreta la loro unione e quando questa diventò di dominio pubblico iniziarono i problemi.
Nel frattempo a Camilla fu accordato il titolo di Serenissima, poteva usare il sigillo dei Gonzaga ed il Duca, nelle lettere che le inviava si firmava “servitore e marito”. “ Davvero era differenziata assai in tutte le cose dalle altre dame[4]).
Purtroppo Ferdinando, pressato dalla Corte, dai famigliari stessi, dal fratello Vincenzo, dalle zie Maria de’Medici, regina di Francia e da Margherita Gonzaga d’Este, duchessa di Ferrara, nonostante che il 30 luglio 1616, al capezzale del morente Conte Ardizzino Faà avesse promesso di porre Camilla, che nel frattempo era rimasta incinta, al posto più alto dello Stato, pur temporeggiando, alla fine non mantenne la promessa.
Il Duca si incontrava ancora con Camilla e per il momento non voleva lasciarla; anzi nell’agosto del 1616 le donò il marchesato di Mombaruzzo e diverse rendite su terre monferrine e acquesane. ( Camilla all’atto di prendere i voti lascerà tutto a suo figlio Don Giacinto).
Tra i più acerrimi nemici di Camilla c’erano il Vescovo Carbonelli e Madama di Ferrara ( Margherita Gonzaga d’Este ).
La situazione a Mantova divenne insopportabile anche per l’ostilità della stessa nobiltà di Corte, invidiosa di essere sottomessa a una “pari rango”, e così la “Bella Ardizzina”, in attesa del figlio, su sua specifica richiesta si ritirò a Bruno, in Monferrato, nel feudo di famiglia. Il Duca volle tenere a Mantova, quasi in ostaggio, un fratello di Camilla, nel timore forse di una eventuale fuga nel Ducato di Savoia. Dopo 15 giorni circa di permanenza nella casa degli avi, forse per timore di un eventuale rapimento da parte dei savoiardi o forse per averne meglio il controllo, dispose che fosse trasferita e alloggiata, col trattamento di Sua Altezza Serenissima, nel castello di Casale, dove egli stesso si recò l’11 novembre1616, e rimase fino a gennaio del 1617.
Il 5 dicembre 1616 nacque un bimbo che ovviamente Ferdinando riconobbe come figlio, e fu battezzato con i nomi di Giacinto Teodoro Giovanni. ( Si fece una grande festa con la partecipazione popolare e grande entusiasmo della nobiltà monferrina ).
Giacinto, che verrà poi insignito del Marchesato di Mombaruzzo,visse alla corte di Mantova (rispettato e chiamato “Sua Eccellenza don Giacinto”). Per un certo periodo, il padre , non avendo avuto altri figli, tentò di proporlo senza successo come suo successore ed erede. Morì di peste durante l’assedio della città del 1630, “ il sacco di Mantova.” ( Secondo alcuni storici la morte di Giacinto fu “ aiutata” ).
Nel frattempo Ferdinando era tornato a Mantova, dove il Gabinetto di Corte aveva lavorato a lungo per vedere di trovare un vizio di forma per invalidare il matrimonio. Il Carbonelli riuscì ad ottenere dal pontefice Paolo V Borghese la constatazione di “invalidità “[5] del matrimonio, ma mai ( nonostante esistessero pressioni da quasi tutte le corti europee) ottenne l’annullamento.[6]
Tutto ciò liberava il campo dall’ingombrante Camilla ed il 7 febbraio 1617, a Firenze, vennero celebrate in “Pompa Magna” le nozze di Ferdinando e Caterina de’ Medici, sorella del Granduca Cosimo II di Toscana.
La Medici, in seguito, in odio alla Bella Ardizzina, la richiamò a Mantova a metà luglio del 1617 e, rifiutando Camilla l’umiliazione di ritornare a corte come subalterna, ove era stata “Duchessa” prese alloggio nel monastero del Carmelino mentre don Giacinto veniva allevato a corte.
Il Duca, con minacce, ottenne da Camilla le lettere con cui Ferdinando si firmava come marito, servitore e a volte schiavo, poi tentò di far sposare Camilla che rifiutò, (“si lascerebbe piuttosto tagliare a pezzi che maritarsi”[7]), ed infine la costrinse in convento, non a Casale od Alessandria, come avrebbe desiderato la Faà, ma a Ferrara nel convento del Corpus Domini.( Suore di Clausura ).
Ai primi di novembre del 1618, Camilla entrò nell’eremo della città estense, come secolare, e prese poi i voti il 22 maggio 1622 assumendo il nome di Suor Caterina Camilla Gonzaga Faà.[8]( In onore e devozione alla nuova Duchessa di Mantova ). Uno dei burattinai di tutta questa pressione per convincere la sventurata a rimanere in convento e a monacarsi, fu il Dottor Antonio Possevini, medico e storico, autore del volume “Historia Belli Monferratensis”, incaricato speciale del Duca, che assistette alla vestizione e raccolse l’ultimo messaggio da parte di Camilla per il “SUO” Principe. Quindi inviò immediatamente a Mantova un corriere con la cronaca e la conferma dell’avvenuto.
Nel convento in Ferrara visse[9]da monaca per quaranta anni, vedendo tristemente la morte senza figli di Ferdinando e del fratello Vincenzo, suo successore [10], la seconda guerra del Monferrato , il sacco di Mantova, la peste, la morte del suo figliolo Don Giacinto e lo sfacelo della dinastia Gonzaga.
Camilla Gonzaga, da tutti chiamata la Bella Ardizzina, sia a corte che nei documenti a noi pervenuti, morì nel monastero del Corpus Domini il 14 luglio 1662 all’età di 63 anni. E’ sepolta nella chiesa interna del convento a fianco di un’altra sfortunatissima donna : Lucrezia Borgia.
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[1] Notizie riassunte da Scrivanti Franco (Bruno, At)
[2] Dalle memorie di Camilla Faà di Bruno con note del Giorcelli.
[3] Ci sono ancora numerosissimi altri testi che trattano sempre della Faà di Bruno.
[4] Dalle memorie di Camilla Faà di Bruno
[5] Il pontefice diede la dispensa del vincolo di parentela a Ferdinando e Caterina de’ Medici che erano cugini di I° grado
[6] Il Papa non concesse mai né Bolla né Breve.
[7] Il Conte Castiglioni [8] Il 24 maggio dello stesso anno, Camilla scrivendo alla Duchessa di Mantova,la invitava a guardare con occhio benigno il suo quadretto che le inviava con l’immagina di Santa Caterina ricamata di sua mano, ricordandole che nella mutazione dell’abito ebbe il gusto di pigliare il suo nome.(G. Monselice: Lettere inedite di Camilla Faà,Mantova 1882)
9 Si troverà in disagiate condizioni economiche non venendole più corrisposte le provvigioni patuitele al momento dell’ingresso in convento e sarà costretta a vendere mobili e suppellettili della sua camera.
[10] Sia Ferdinando che Vincenzo non ebbero figli.

Franco Scrivanti

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