Incisa scapaccino

INCISA SCAPACCINO

Paese dell’ alto Monferrato situato a 131 metri di altezza sul livello del mare, in provincia di Asti, si estende su di una superficie di 2080 ettari ed ha una popolazione di circa 2100 abitanti.
L’ abitato storico e residenziale (Villa) si sviluppa su di una altura, sul lato destro del torrente Belbo, la parte nuova è costruita in pianura. Non esiste un abitato chiamato Incisa, il concentrico si può intendere nella borgata Giare dove hanno sede il Municipio e le scuole.
- Storia - Le origini d'Incisa, del marchesato di Incisa e dei paesi limitrofi

La prima menzione storica d' Incisa è contenuta nell'atto notarile di compravendita di un vigneto in Montaldo ( Scarampi) rogato il 27 dicembre 984: all'atto partecipava in funzione di teste un Liuterius filius quondam Uuidoni de loco Incisa.
L'atto succitato è molto tardo rispetto all'ipotesi che vorrebbe collocare la fondazione d' Incisa in età tardo-antica, supposizione, per altro, sorretta da valide argomentazioni quali la tradizione di una sua remota origine , il rinvenimento di reperti di età romana, l'essere stata Incisa sede di una tra le più antiche pievi della Diocesi di Acqui, nonché la stessa etimologia del nome di palese derivazione dal verbo incidere o da intercidere qualora fosse provata la più antica denominazione di Intercisa proposta da Jacopo Durandi ( Il Piemonte cispadano antico, Torino 1774, p.209; M.P. PAVESE, Territorio, diritto e organizzazione fondiaria nella valle del Belbo in età romana, Città di Canelli 2000, pp.35-37; M.PASQUA, Incisa, storia di un toponimo in "rivista di storia arte archeologia per le province di Alessandria e Asti", IC (1990), pp. 157-163).
Premesso che una consolidata tradizione, come si è accennato, vuole che ad Incisa sia stata fondata una pieve fin dal tempo della prima evangelizzazione delle campagne, pare legittimo ipotizzare che il primo locus Incisae fosse ubicato presso la chiesa battesimale nella pianura tra il Belbo ed il colle del Castellaro, regione tuttora indicata nella toponomastica locale con il microtoponimo di Pieve o di Santa Croce, ove sono avvenuti ritrovamenti archeologici verosimilmente di età tardo-antica.
Dalla spartizione della marca aleramica all'origine del Marchesato.
In età carolingia per proteggere i confini dell'Impero dalle invasioni degli Ungheri da levante e dei Saraceni da mezzogiorno e da occidente, erano state create aree territoriali dette "marche" munite di opere difensive e di presidi militari. La regione subalpina costituiva la grande marca anscarica e dalla sua divisione si formò nella seconda metà del secolo decimo la marca Aleramico accentrata, a nord, nella zona di Casale e del vercellese meridionale e, a sud, tra il Tanaro e il mare occupando la parte centro-meridionale del Piemonte attuale.
Dopo la morte di Aleramo avvenuta prima del 991, i figli Anselmo e Oddone continuarono a gestire in comune il patrimonio paterno finchè nel primo ventennio del secolo XI i nipoti, per divergenze sorte nelle scelte politiche, procedettero alla divisione attribuendo il territorio a nord del Tanaro al ramo oddoniano, dal quale discesero i marchesi di Monferrato, e quello fra il Tanaro e il mare al ramo anselmiano dal quale discesero i marchesi detti "del Vasto".
Nella seconda metà del secolo XI i fratelli Manfredo, Anselmo e Bonifacio di quest'ultimo ramo, figli di Tetone e della contessa Berta figlia di Olderico Manfredi, divisero i loro possedimenti: Bonifacio ebbe il comitato di Loreto, fra Tanaro e Belbo, e gli altri controllavano la vasta area tra il Belbo ed il mare.
Dopo un primo matrimonio con la promessa sposa del defunto fratello Anselmo, Bonifacio ripudiò la moglie, considerata illegittima per le norme del vigente diritto canonico, e sposò in seconde nozze Agnese, figlia di Ugomagno, conte di Vermandois che gli generò sette figli e due figlie. Il marchio d' illegittimità gravò naturalmente sul figlio avuto dal primo matrimonio, al quale fu imposto lo stesso nome del padre, Bonifacio, seguito nel tempo dall'appellativo "d'Incisa".
Per effetto di tali eventi, Bonifacio, raggiunta che ebbe la maggiore età, si vendicò e nel 1098 strinse un patto con i nemici del padre che in quel momento erano il sorgente Comune di Asti ed il conte Umberto II di Savoia, detto il Rinforzato, gli sottrasse tre castelli, lo incarcerò con la famiglia e pretese un forte riscatto in cambio della libertà: per has ingratitudines, così recita il testamento dettato il 5 ottobre 1125 nel castello di Loreto ( oggi Costigliole), Bonifacium vero Incisie nominatim exeredavit. Non sappiamo se lo sventurato Bonifacio abbia atteso questo inappellabile verdetto prima di abbandonare la terra che gli aveva dato il nome o se si fosse già allontanato. E' certo però che egli emigrava nel meridione d'Italia dove i Normanni, sotto la guida di Ruggero d'Altavilla, stavano demolendo il dominio arabo in Sicilia per costruire un nuovo assetto politico.
Per aver contribuito a domare la rivolta dei baroni divampata nelle Puglie, Bonifacio fu da re Ruggero di Sicilia infeudato della contea di Gravina. Di lui non si hanno più notizie. Concludeva la sventurata vicenda umana prima del 1144, lasciando la moglie e due figli: Manfredo dominator della città di Polignano che cessava di vivere qualche anno dopo il padre, e Alberto che nel 1157 è ancora attestato in un atto quale conte di Gravina.
La parentesi di storia pugliese si concludeva nel 1160 e nel luglio dell'anno successivo a Genova Alberto riceveva da Adalasia del fu Adarrato, ogni diritto sul castello e villa di Cerreto. Da altri acquisti di terre ubicate tra Incisa e l'antica Lanerio, ove sarebbe sorta Nizza, appare evidente la sua tendenza di fare d' Incisa, per la sua posizione naturale che si prestava a facile difesa, il centro di potere e il caposaldo del futuro marchesato. (G.ALBENGA , Il Marchesato d'Incisa dalle origini al 1514, Deputazione Subalpina di storia patria, Miscellanea di storia italiana s.IV, vol.XI, Torino 1970).
Alberto sposò Domicella che una congettura del Gabotto, pure in mancanza di riscontri documentati, vorrebbe fosse la figlia di Bernardo della Rocchetta. La sposa gli portava in dote i castelli di Rocchetta (Tanaro) e di Montaldo (Scarampi) aspramente contesi da Asti e dal Monferrato ed altrettanto strenuamente difesi da Alberto.
A questa attività rivolta ad organizzare e soprattutto a dare unità alle sue terre dislocate tra Tanaro e Belbo, Alberto, fedele all'ideale ghibellino come lo erano tutti gli Aleramici, alternava l' attività diplomatico- militare in favore dell'Imperatore Federico I, nella lotta contro i comuni lombardi. Fra il 1183 e il 1188 il marchese Alberto cadeva vittima in uno dei tanti conflitti che insanguinavano le sue terre ambite da Asti, Monferrato e Alessandria.
La marchesa Domicella fu alla guida dei feudi di famiglia per un decennio circa, dal 1186 al 1196. In difficili condizioni economiche per gli insufficienti redditi dei feudi sparsi su un territorio vasto e in preda a frequenti saccheggi, era stata costretta, in un momento in cui Asti stava completando il dominio della Valtiglione, a farsi sua vassalla donando alla città Rocchetta e Montaldo.
Purtroppo nell'azione di governo la Marchesa non fu sempre prudente ed equilibrata. Nel 1189 fu protagonista infatti di un episodio che avrebbe potuto avere funeste conseguenze. Mentre transitavano per il marchesato alcuni ambasciatori di Genova, Domicella li faceva arrestare e detenere pretendendo un riscatto; poi, minacciata di avere i suoi possessi invasi dalle milizie genovesi ed astigiane, restituiva loro la libertà senza nulla chiedere. Ma l'incidente non si concluse così. Il marchese di Monferrato, sperando di poter sottrarre agli Incisa i loro possessi, li accusò presso la corte imperiale, quali publici aggressores viarum e l'imperatore Enrico VI, con sentenza dell'undici febbraio 1191, li condannava al bando dell'Impero e li spogliava dei feudi investendone il marchese di Monferrato. Probabilmente le milizie monferrine, per intimorirli, occupavano il castello. Essendo però in corso una guerra con Asti, il marchese Bonifacio dovette desistere da ogni azione di forza e la sentenza imperiale, sebbene non revocata, non ebbe alcuna efficacia né allora né in seguito.
Tra la fine del XII secolo e l'inizio del XIII il Marchesato comprendeva Incisa , Vaglio, Cerreto, Castelnuovo, Betonia, Bergamasco e Carentino nella valle del Belbo, parte della Sezzadina nella valle della Bormida nonché i castelli di Rocchetta e Montaldo che, donati alla chiesa di Asti nel 1065 da Berta, madre di Bonifacio del Vasto, erano poi passati agli Incisa. Al raggiungimento della maggiore età di tutti i fratelli, i Marchesi riunitisi nel castello d' Incisa il 27 dicembre 1203 concordavano la divisione dei loro feudi: Manfredo e Opizzone qui Paganus vocatur, ricevevano Montaldo e Rocchetta con tutti i beni mobili ivi esistenti con l'obbligo di pagare i debiti della casa. A Guglielmo, Raimondo, Giacomo ed al loro nipote Enrico, figlio del defunto Alberto, erano assegnate le terre della valle Belbo. Poiché Rocchetta e Montaldo erano in quegli anni nelle mani di Asti, si conveniva che qualora Asti non avesse voluto rendere Montaldo e Rocchetta, Manfredo e Opizzone avrebbero potuto tornare in comunione con i fratelli. Da questo atto di divisione, esemplarmente pacifico non incrinato da contrasti e da interessi singoli, aveva origine il ramo dei marchesi Incisa della Rocchetta tuttora onorato e fiorente.
Dal 1203 alla fine del '300: una politica oscillante ed incerta tra Asti e Monferrato turbata da occupazioni , assedi e saccheggi
Separatisi dai fratelli Opizzone e Manfredo, i marchesi rimasti nel castello d'Incisa, dovevano ora fare le loro scelte politiche. Vagliata la situazione del momento ancora sconvolta dal lungo conflitto tra Asti e Monferrato iniziato nel 1191 e dalla rottura dell'alleanza tra Asti ed Alessandria e dagli evidenti segni di quest'ultima di volere rivolgere le sue attenzioni alla valle del Belbo, gli Incisa convenivano di avvicinarsi al Monferrato.
Poiché erano motivo di contrasto con il Monferrato le terre della Sezzadina, i Marchesi, lusingati dalla promessa di Bonifacio di Monferrato di conciliarli con gli altri Aleramici, con atto del 24 gennaio 1204, gliene facevano dono .
All'inizio del secolo XIII dunque il marchesato assumeva quella configurazione geografica che sarebbe rimasta inalterata fino al 1514. Le carenti fonti documentarie non ci mettono in grado di conoscere quando e per quali motivi i marchesi si allontanassero politicamente dal Monferrato per sottoscrivere nel 1291 l'atto di cittadinatico con Asti. All'accendersi delle lotte civili in Asti tra i guelfi Solaro e i ghibellini de' Castello, gli Incisa si schierarono con questi ultimi.
Al tramonto della supremazia del comune astense, piegato dagli Angioini, ai quali i Solaro nel 1312 consegnavano la città, gli Incisa, invertendo ancora una volta la loro politica, vendevano nel gennaio 1305 ogni loro possesso feudale al marchese di Monferrato.
A questo infausto periodo ultrasecolare della storia del Marchesato, durante il quale gli Incisa erano riusciti tuttavia a conservare il complesso dei feudi , fonte primaria della loro economia, pose fine il diploma di Carlo IV del 6 marzo 1364.
L'Imperatore, accogliendo la supplica del vescovo di Acqui Guido II suo consigliere, toglieva al marchese del Monferrato il feudo incisiano assegnandolo ai legittimi marchesi che finalmente conseguivano quell'autonomia di governo sempre perseguita invano.
Per quanto i rapporti con il Monferrato continuassero, almeno in apparenza ad essere buoni, i Marchesi aspiravano nel medesimo tempo ad allargare l'orizzonte politico e dare corso a rapporti con nuovi potentati.
Ma tra i consorti fattisi più numerosi, sorgevano aspri dissensi di ordine politico. Mentre infatti alcuni propendevano per un'intesa con il Monferrato, altri erano propensi all'adesione ai Visconti i quali, già signori di Asti,quantunque temporaneamente, aspiravano anche al Monferrato il cui possesso avrebbe assicurato il controllo della valle del Tanaro. Avere dalla loro parte gli Incisa significava per i Visconti libertà di movimento nella valle del Belbo; rimanere nell'orbita monferrina equivaleva, per gli Incisa, ad accelerare la propria fine.
Sulle controversie che dividevano e indebolivano il consortile, ebbe il sopravvento il marchese Petrino che il 22 luglio 1428 stipulava alcune convenzioni col duca di Milano Filippo Maria Visconti che stava ricostituendo il Ducato disgregato dal padre ( F.GABOTTO , La guerra tra Amedeo VIII di Savoia e Filippo Maria Vsconti, 1422 -28, Pavia 1909; F.COGNASSO, L'alleanza sabaudo-viscontea contro il Monferrato nel 1431 in Archivio storico lombardo, XLII, 1915).
Il nuovo patto portò presto i suoi frutti: nel 1431 agli Incisa erano infatti assegnati, come da accordi precedenti, i luoghi di Mombaruzzo, Ricaldone e Fontanile tolti al Monferrato per la sua adesione alla lega antiviscontea, ma che verranno ad esso restituiti con la pace di Lodi nel 1452.
Il marchese Oddone e l'espugnazione d' Incisa.
Dopo la pace di Lodi, all'interno del consortile, si facevano sempre più frequenti e accese le discordie per la mancanza di una comune intesa politica e soprattutto per le difficoltà economiche in quanto i proventi erano sempre più scarsi a causa delle guerre, mentre il gruppo parentale era in continua espansione.
Nell'intento di porre rimedio a questa situazione sempre più carica di tensione, i Marchesi rinnovavano nel 1492 gli statuti familiari concordati nel 1467, per la durata di venticinque anni.
Non valse tuttavia questo atto normativo a sedare le discordie familiari che si fecero sempre più violente essendo emersa tra i consorti la figura di Oddone. Questi, dotato di iniziativa e di ardire propri del condottiero e, forse, non privo di fine intuito politico, stava perseguendo il progetto di farsi il solo signore di tutto il Marchesato.
Dopo aver costretto i consorti a cedergli le quote di proprietà da loro detenute, riuscì con l'appoggio di Ludovico Sforza (il Moro) ad ottenere nel settembre 1497 dall'Imperatore l'investitura con il diritto di primogenitura. Ma il Moro nell'agosto del 1500 era fatto prigioniero dai Francesi e Oddone rimaneva così senza il suo potente protettore, incerto circa l'indirizzo da seguire, pur di non rinunciare al suo piano ambizioso.
Considerato che dal debole Massimiliano Sforza, non gli sarebbe derivato aiuto alcuno, si rivolse al Duca di Savoia Carlo II il quale, nella sua funzione di vicario imperiale, gli confermava l'investitura promettendo di proteggerlo da qualsiasi attacco.
Il documento rogato nel castello di Thonon nel maggio 1513, avrebbe dovuto rimanere segreto; invece ne venne a conoscenza Guglielmo Paleologo il quale assediava Incisa conquistandola il 24 luglio del 1514. Oddone ed il figlio Badone furono condotti a Nizza dove, istruito un fittizio processo, erano condannati alla pena capitale e giustiziati.
Guglielmo, il "destro e gagliardo" marchese di Monferrato, facendosi arbitro della situazione, si annetteva il feudo degli Incisa e costringeva gli spodestati Marchesi a farsi suoi fideles vassalli et subditi. Ma il marchesato d'Incisa era un feudo cui poteva disporre soltanto l'Imperatore il quale accusando Guglielmo per averlo occupato non petita a nobis licentia e di aver fatto giustiziare Oddone nullo justitiae habito respectu, gli intimava di comparire avanti la corte imperiale per lesa maestà.
Tutto si risolse poi in favore di Guglielmo grazie, forse, all'intervento di Urbano da Serralunga, oratore monferrino presso la corte cesarea la quale, con provvedimento del 20 gennaio 1518, approvava l'operato del Monferrino. Di conseguenza il 20 dicembre 1519 i capi famiglia di Incisa giuravano fedeltà al figlio Bonifacio, essendo il padre morto il 4 ottobre dell'anno precedente, poco più che trentenne.
Intanto gli eredi legittimi Giangiacomo, figlio di Oddone, e Boarello, figlio di Secondino, fratello di Oddone, erano ricorsi al Senato di Milano per essere reintegrati nei loro beni. La supplica fu accolta con sentenza del 3 marzo 1533.
Stavano però per accadere avvenimenti che avrebbero condizionato la storia del Monferrato e del Marchesato d' Incisa. Nel 1530 moriva il giovane marchese di Monferrato Bonifacio per una caduta accidentale da cavallo; nel 1531 la sorella Margherita sposava il duca di Mantova Federico II Gonzaga; nel 1533 , con la morte del marchese Giangiorgio, si estingueva il ramo dei Paleologo di Monferrato e si apriva la causa di successione che si concludeva nel 1536 con l'assegnazione del Monferrato ai Gonzaga.I duchi di Mantova presero effettivo possesso dei nuovi feudi soltanto dopo la pace di Cateau-Cambrèsis ( 1559) quando già nel 1548 avevano però allontanato da Incisa il marchese Boarello infeudandolo dei luoghi di Gottasecca e Camerana ( il marchese Giangiacomo si era spento nel 1545).
L'ultima feudalità e la disgregazione del marchesato.
Con i Gonzaga aveva inizio il periodo caratterizzato dall'ultima feudalità che, sebbene si presenti con singolarità diverse da quelle della feudalità medioevale, tuttavia ne mantiene il nome in quanto continua ad attingere dal dizionario feudale la terminologia delle istituzioni .( M.PASQUA Il marchesato d'Incisa dal 1514 al tramonto della feudalità in età moderna, Comune di Incisa Scapaccino 2000).
Fin dai primi tempi del loro governo i duchi di Mantova, considerando la nuova acquisizione come un bene da difendere a scopo di lucro, incrementarono quel processo di frammentazione del territorio con la concessione di feudi, di prerogative e di titoli nobiliari che si intensificò durante il ducato di Vincenzo I bisognoso di denaro da impegnare nella costruzione della cittadella di Casale.
Anche il Marchesato di Incisa subì tale sorte: nel 1589 fu venduto per 110 mila scudi d'oro al principe Michele Peretti, figlio di un gentiluomo romano che lo tenne fino al 1606 quando la Camera Ducale del Monferrato glielo tolse e lo assegnò, alcuni anni dopo, a Vincenzo II, figlio di Vincenzo I e di Eleonora De' Medici.
Della sola Incisa, e non più delle altre terre, fu investito nel 1652 un altro Gonzaga, Scipione, principe di Bozzolo e duca di Sabbioneta. Per la scorretta amministrazione del Marchesato da parte dell' agente al quale lo aveva affidato, Scipione nel 1669 lo vendeva al conte Antonio Trotti, patrizio alessandrino che dei rappresentanti della seconda feudalità fu certamente il più liberale ed umano.
Alla sua morte il feudo passò al figlio Galeazzo. Morto questi prematuramente in duello nel 1684 senza lasciare discendenza, il feudo passò alla sorella Paola Maria. Alla scomparsa di quest'ultima (1710), Incisa fu contesa dalle altre tre sorelle: Maria Giulia, Maria Vittoria e Maria Rosa e rimase ai loro discendenti fino all' emanazione degli editti del 1797 del re Carlo Emanuele IV di Savoia coi quali si dichiarava che i beni feudali dovevano essere considerati allodiali e sottoposti alle normali leggi di successione.
I castelli ed i villaggi del marchesato che gli Incisa avevano saputo difendere e tramandare di generazione in generazione per quattro secoli circa, tra pericoli ed insidie, subivano la stessa sorte.
Castelnuovo nel dicembre 1665 era venduto dal Duca Ferdinando Carlo al patrizio mantovano Francesco Zanetti e questi nel 1674 lo cedeva ad Antonio Trotti per 3.200 doppie d'Italia ( G. BALDNO, La famiglia Trotti di "Castelnuovo di Incisa o sia di Belbo" nel Settecento in Quaderni dell'Erca n.13, a.2000, pp.7-18).
Vaglio, dopo essere stato concesso nel 1589 ad Alberto Chiodo, era venduto il 6 dicembre 1606 a Nicolò Crova di Nizza.
Bergamasco era venduto nel 1664 ai marchesi Moscheni, signori di Castelnuovo Bormida, che ne ricevevano l'investitura dal duca Carlo II Gonzaga.
Carentino si distaccava dal Marchesato nel 1606 infeudato dal duca Vincenzo I al gentiluomo ferrarese Ludovico Fini; devoluto nel 1624 al conte Guido Francesco Porta, passava nel 1684 a Ferdinando Faà marchese di Bruno .
Dopo lunga agonia la disgregazione del marchesato d'Incisa si era compiuta ( BLYTHE A. RAVIOLA, L'assegnazione del Marchesato del Monferrato ai Gonzaga 1530-1536 in Il Monferrato gonzaghesco. Istituzioni ed èlites di un micro-stato 1536-1708, Firenze 2003, pp 3-36; id. Tra Monferrato e Astigiano. Nuclei di potere ed elitès in Valle Belbo nella prima età moderna in Tra Belbo e Bormida. Luoghi e itinerari di un patrimonio culturale, Fondazione C.R.A. e C.R.T. 2003, pp.47-50).
Sul finire del secolo XVII erano già in corso quegli eventi politici e militari che a metà del Settecento avrebbero fatto confluire la storia delle singole comunità in quella dello Stato sabaudo.

dott. Michele Pasqua
autore del libro : Territorio e societa ad Incisa in Valle Belbo fra basso Medio Evo ed eta moderna

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Immagini più rappresentative di Incisa Scapaccino


Villa vista dal Belbo


In località Villa: la vecchia parrocchia di San Giovanni Battista in attesa di restauro


In località Villa: scorcio della nuova parrocchia di N.S. del Carmine


In località Villa: il castello (quello che resta)


In località Madonna: la parrocchia dei SS. Vittore e Corona

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