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La più antica preistoria del popolamento umano nell'area corrispondente oggi all'attuale
Monferrrato potrebbe teoricamente iniziare da imprecisati momenti solo di poco posteriori
alla costituzione in terra emersa di questo settore centrale della regione piemontese.
Si ringrazia il Prof. Alberto Mottura, Dipartimento di Biologia Animale e dell’Uomo -
Università di Torino, per la documentazione e consulenza fornite sulla preistoria
del Monferrato.
Bibliografia.

Cava aperta a Gherba (Ferrere) dove sono esposti sedimenti della transizione geologica da ambienti
marini ad ambienti continentali di terra emersa
E' piuttosto recente infatti (in termini geologici!) la transizione dagli originari ambienti
marini - con sedimentazione di bacini più profondi e poi litorali, ad es. le "Sabbie Gialle"
a molluschi fossili ben note nei dintorni di Asti - ad un paesaggio "continentale" emerso,
disegnato da estese pianure costiere su uno sfondo familiare di catena alpina occidentale.
Durante questa transizione a Nord già si stagliava solitaria una struttura rilevata ("anticlinale")
che forma oggi la collina torinese e che si estenderà in seguito con sue propaggini più
orientali fino a Casale Monferrato.
Tale prima e cruciale trasformazione del paleopaesaggio monferrino risale quindi ad un periodo
geologico (Pliocene Medio -Superiore) stimabile fra i 3,5 - 2 milioni di anni fa circa, quando
l'area in questione veniva poco a poco "interrata" dai sedimenti di un esteso delta fluviale i
cui lembi relitti tipici sono oggi principalmente conservati vicino a Villafranca d'Asti.

Veduta della storica cava RDB a Villafranca d'Asti. Da qui provengono molti dei più interessanti
ritrovamenti fossili villafranchiani nell'area
Altri lembi di terra emersa deposti nello stesso periodo circoscrivono un po' tutti i margini
più esterni del Monferrato, conservati alla sommità di dossi collinari o affioranti lungo le
scarpate di incisione fluviale. A questo momento dunque risalgono anche le interessanti faune
di vertebrati fossili "villafranchiani" ritrovate fin dall'800 nell'area e comprendenti mastodonti
(solo affini agli elefanti attuali), rinoceronti, tapiri, ippopotami, scimmie, carnivori diversi
ed una varietà di ruminanti arcaici. L'insieme di questa associazione di specie animali indica di
per sé fasi climatiche ben diverse da quella presente, più caldo-umide e consone ad ambienti
subtropicali mitigati dall'oceano, quali ritroviamo oggi, ad es., nell'Asia sud orientale.
Al termine di questa fase il clima terrestre volgeva invece a un ulteriore peggioramento
- preannuncio dell'era geologica ancora in corso, il Quaternario "glaciale" - mentre il Monferrato
si allontanava dal mare (la linea di costa migrava verso Est lasciando progressivamente in
emersione l'attuale pianura padana).
Scavo di una carcassa di rinoceronte villafranchiano a Roatto
Fino ad allora in tutta l'Eurasia, così come nell'intera penisola italiana in formazione,
l'uomo non ha ancora fatto la sua comparsa. Durante gli stessi periodi, invece, sue forme
ancestrali diverse (ominìdi) erano già in pieno sviluppo evolutivo in tutto il continente
africano e almeno una di queste forme sarebbe passata presto a popolare anche Asia ed Europa.
In particolare nel nostro continente l'ingresso dei primi gruppi umani viene attualmente ritenuto
possibile, seppure ancora controverso, a partire da 1.300.000 - 1.000.000 di anni fa, quando
nell'emisfero settentrionale modificazioni del clima sempre più marcate stanno ormai rapidamente
cambiando il mondo biologico ereditato dall'era terziaria. Scompaiono infatti molte specie di
mammiferi tipiche del clima più caldo ma ne compaiono (per adattamento evolutivo o migrazione da
altri continenti) anche di nuove. E' probabilmente al seguito di alcune di queste migrazioni che
arrivano anche primi gruppi umani, a frequentare la fascia più meridionale (circummediterranea)
europea, dalla Spagna alla cerniera con l'Asia.

Dente molare di Ursus minimus, piccolo orso villafranchiano, ritrovato in Valle Goria
Il Monferrato, come la maggior parte del territorio europeo più continentale, non registra tali
prime fasi del popolamento antropico o almeno così al momento risulta, sebbene vada precisato
che l'individuazione archeologica di presenze umane tanto antiche resta, per varie ragioni,
un compito assai difficile anche per l'archeologia moderna. Affermazioni categoriche in tal
senso potrebbero quindi essere smentite in futuro. Nella stessa area, come nel resto d'Europa,
il popolamento umano diviene permanente e ormai diffuso soltanto dopo i 700 - 600.000 anni da
oggi.

Sedimenti di terrazzamento fluviale su versanti
collinari nei dintorni di Molino di Tigliole - Bramairate
Diventa allora possibile attestare il Paleolitico antico (Inferiore e Medio), la fase più
arcaica dell'età della pietra scheggiata.
Nel territorio in esame si ritrova un diffuso complesso di siti archeologici di queste tradizioni,
approssimativamente databili fra i 250 - 50.000 anni fa e, almeno in parte, fra i più antichi
finora registrati nell'intera Italia Nord-occidentale. Si tratta di resti di attività di
scheggiatura litica conservati in sedimenti fluviali "fossilizzati", seppure legati a corsi
d'acqua attivi ancora oggi: il T. Triversa e altri tributari minori di Tanaro e Po.

Al disotto dello strato rimaneggiato dall'aratura si trovano sedimenti intatti, limosi e ghiaiosi,
deposti in antico da un piccolo corso d'acqua. Questi sedimenti conservano ancora manufatti scheggiati
del Paleolitico antico e qualche raro resto di fauna fossile
Questi ultimi due (da sempre i collettori principali del drenaggio piemontese meridionale)
hanno mutato nel tempo le proprie direttrici di transito e, in particolare, a quei momenti
anche il Po attraversava l'area astigiana a Sud della collina torinese. Il quadro locale,
rispetto al periodo "villafranchiano", era quindi in ulteriore evoluzione per la lenta incisione
e dissecazione delle pianure originarie che ora venivano a formare un mosaico di modesti
rilievi prefigurando l'aspetto "ondulato" tipico del paesaggio monferrino attuale.
In ultima analisi, il fattore principale per questo intenso rimodellamento morfologico era
pur sempre l'attività dinamica (tettonica) della crosta terrestre che, con il clima, condizionava
l'azione dei corsi d'acqua.
Dalla fine del Pleistocene Inferiore e per tutto il Pleistocene Medio
(scansioni del Quaternario: tra 1.000.000 e 120.000 anni circa da oggi) ripetuti "stress"
tettonici, a cominciare almeno dal sollevamento più recente della estremo lembo orientale
di collina torinese, poco a poco ridisegnano l'area portandola infine al suo moderno aspetto.

Dente molare di Bos primigenius (un grosso bovide estinto) nei sedimenti fluviali del
Pleistocene Medio/Superiore conservati a Molino di Tigliole
L'uomo del paleolitico piemontese trovava dunque, nel territorio compreso tra Casale ed Alba,
tra Villafranca d'Asti e Nizza Monferrato, un ambiente fisico ormai non molto diverso dall'attuale,
seppure popolato da una fauna ancora comprendente animali del tutto "esotici", con successive
varietà di grandi pachidermi e Bovidi a pascolare in aree più aperte vicino ai grandi fiumi e
pure grossi carnivori loro predatori. Le attività umane in queste fasi sono ancora dominate da
mere necessità di sussitenza: principalmente caccia e raccolta di risorse varie e alimentari.
Sebbene non si siano trovati resti anatomici, il tipo umano che scheggiava la pietra lungo le
rive del T. Triversa (dall'odierno comune di Gallareto fino a S. Damiano d'Asti) è rapportabile
solo indirettamente alla nostra specie, costituendo piuttosto una linea evolutiva collaterale,
più arcaica, cui si lega l'iniziale popolamento europeo: "Homo heidelbergensis" prima, e il suo
epigono - H. neanderthalensis - che, estinto nel corso dell'ultima fase glaciale del Pleistocene,
chiude poi una tale lunga parabola evolutiva.

Schegge in selce del Paleolitico antico da Molino di Tigliole - Bramairate.
Questi materiali appartengono ad un momento più antico del popolamento preistorico locale per
queste fasi (circa 250 - 200.000 anni da oggi)
L'arrivo dell'uomo di tipo moderno (la nostra specie: H. sapiens sapiens) in Europa è stimato
invece, secondo le aree geografiche, fra 40 - 35.000 anni fa. In Piemonte sono documentati
solo pochi e più tardivi siti del Paleolitico superiore, la scansione culturale della preistoria
che considera proprio le molte innovazioni portate dalla nuova specie di più recente migrazione
africana. Oltre a poche tracce scavate in una grotta di ambiente prealpino, sul Monfenera vicino
a Borgosesia, a tutt'oggi si conosce un unico altro sito di superficie nell'alta pianura
terrazzata monregalese, vicino a Bastia di Mondovì.
Cronologicamente entrambi questi siti
si collocano alla fine estrema del Pleistocene Superiore, nel corso dell'ultimo ritiro dei
ghiacciai alpini. L'area del Monferrato non reca invece traccia di queste fasi.
Questa apparente
lacuna nella presenza umana locale è solo una delle tante che interrompono la registrazione
"fossile" nella regione piemontese: tali vuoti vanno imputati più alla casualità nella
conservazione dei sedimenti antichi che non ad una mancanza effettiva dell'uomo.
Segno evidente dell'ultimo intenso raffreddamento nell'area è invece quello costituito dai
rinvenimenti numerosi (in tane "intrusive") di marmotte (Marmota marmota), ad es. tra Ferrere e
S. Paolo Solbrito: l'habitat di questo roditore si era portato alle quote più basse e ben
lontano dalla catena alpina!.

Schegge e strumenti in selce del Paleolitico antico da Molino di Tigliole - Bramairate.
Questi materiali costituiscono un insieme più recente dei precedenti, risalendo approssimativamente
a 100 - 40.000 anni fa
Agli inizi dell'Olocene (il Quaternario più recente: 10 - 8.000 anni da oggi) appartengono
invece alcune stazioni di scheggiatura litica nei dintorni di Tigliole d'Asti (Pratomorone,
Molino di Tigliole)
(vedere sito)
che indiziano sparsi insediamenti di cacciatori/raccoglitori della
fase "mesolitica" dell'età della pietra scheggiata.
Si trattava di popolazioni semisedentarie
con ancora un'economia di sfruttamento primario, ultimi epigoni di un mondo paleolitico che
sta per essere soppiantato da altri modi di produzione ("rivoluzione" neolitica).
I manufatti in pietra scheggiata caratteristici di questi periodi si riconoscono per
la riduzione esasperata delle loro dimensioni e per le tecniche di stacco di piccole
lame in selce, poi ulteriormente segmentate a costituire armature di freccia o di arpone
da caccia. Il paesaggio monferrino (come le Langhe più limitrofe) offriva ora una
caratteristica alternanza di dossi soleggiati e radure solcate da modesti corsi d'acqua
(con alluvioni meno rovinose rispetto al passato) e con diffusi ristagni nei terreni
argillosi. Le risorse alimentari potevano perciò diversificarsi maggiormente per queste
popolazioni, ormai private della ricca selvaggina da carne scomparsa con la fine dell'epoca
glaciale.

Piccoli -grattatoi- in selce di età mesolitica da Pratomorone (Tigliole)
Il progressivo miglioramento climatico postglaciale in tutta Europa crea i presupposti per
la diffusione, a partire dal vicino Oriente, delle pratiche di allevamento e delle colture
agricole (il Neolitico), insieme alla ceramica e ad un progressivo abbandono della pietra
scheggiata, presto sostituita dalle prime leghe metalliche (Età dei Metalli).
L'urbanizzazione del paesaggio monferrino prende quindi avvìo da queste ultime fasi
preistoriche, come può evidenziarsi dalla rete di numerosi siti, stanziali o meno,
che ormai si presentano diffusi su tutto il territorio e più continui nel tempo. Valgano
per tutti, a titolo di esempio, le più importanti stazioni preistoriche di Alba e
quella di Castello di Annone.

-Microliti geometrici- in selce di età mesolitica da Pratomorone (Tigliole)
Da entrambe queste situazioni, solo in parte cronologicamente
sovrapposte, viene documentato un arco di tempo che va complessivamente dal Neolitico antico
fino alla prima età del Ferro (VI° - I° millennio a.C.). Dal loro abbondante repertorio
archeologico si può finalmente seguire la formazione di vere unità etnico culturali umane,
aperte alle influenze extraregionali di altre società più o meno geograficamente distanti,
e che verranno lentamente a costituire quel substrato ("celto - ligure") cui si sovrappone
in età storica la civilizzazione romana.
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