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Storia del Monferrato

(dal secondo millennio a.C. al passaggio nel 1713 sotto i Savoia)
(Compendio dal libro di Carlo Ferraris: Storia del Monferrato, le origini, il marchesato, il ducato, Ed. Grifl, giugno 2006.)

PARTE PRIMA : IL MONFERRATO PRIMA E DOPO ALERAMO

I
LIGURI, CELTO-LIGURI, ROMANI E BARBARI IN MONFERRATO

I nostri antenati liguri e celto-liguri
Si ritiene che intorno al 2000 a. C. sia avvenuta una migrazione verso la Francia meridionale e l’Italia settentrionale di un popolo conosciuto dai Romani come popolo ligure. Si possono citare le tribù liguri degli Ingauni, Intemeli, Bagienni e Statielli, sui cui insediamenti i Romani fonderanno rispettivamente le città di Albium Ingaunum (Albenga), Albium Intemelium (Ventimiglia), Augusta Bagiennorum (Benevagienna) e Aquae Statiellae (Acqui). Si ritiene che anche numerose località come Asti (forse da Ast, che in dialetto ligure significava altura o collina) e Alba siano di origine ligure, come pure quelle con la desinenza -asco, per esempio Bergamasco, Cherasco, Brusasco, Bossolasco e Cassinasco.
Intorno al 1000 aC. si stanziarono in Europa nord-occidentale popolazioni nordiche denominate Celti che, mescolandosi coi Liguri diedero origine a quello che fu chiamato ceppo celto-ligure. Molte città come Torino, Ivrea, Pavia e Milano, sarebbero di origine celtica; anche Vardacate o Vardagate, forse identificabile con Casale Monferrato, sarebbe di origine celtica.
Recenti ritrovamenti archeologici, che si riferiscono all’età del bronzo finale, vale a dire tra X e XI secolo a.C., sono stati effettuati a Pobietto, una località tra Morano Po e Trino. Si tratta di una necropoli con sepolture a cremazione che documentano la presenza di recipienti fittili, armi e monili in bronzo, forse attribuibili a popolazioni celto-liguri. Nel V secolo a.C. popoli celti, denominati Galli dai Romani perché provenienti dalla Gallia, invasero l’Italia settentrionale e costrinsero i Liguri a ritirarsi nel territorio montuoso grosso modo corrispondente all’attuale Appennino Ligure.
Gli storici riferiscono che nel corso della seconda guerra punica (219-202 a.C.) molti dei nostri antenati liguri o celto -liguri seguirono Annibale che, dopo aver superato le Alpi, riuscì a sconfiggere gli eserciti romani. Molti si arruolarono anche nell’esercito di Asdrubale, fratello di Annibale, quando attraversò a sua volta le Alpi nella primavera del 207 allo scopo di congiungersi al fratello e infliggere a Roma il colpo di grazia. Ma non fu così. I nostri antenati, che combatterono a fianco dei generali cartaginesi contro Roma, si comportarono valorosamente (mulieres ut viri, viri leones), ma sfortunatamente scelsero la parte sbagliata.

Roma sottomette Liguri e Galli
I Romani nell'intervallo tra la seconda e la terza guerra punica iniziarono ad estendere le loro conquiste all’Italia settentrionale. Ma la completa sottomissione di Liguri e Galli al dominio di Roma, fra guerre, rivolte e repressioni, durò quasi un secolo.
Particolare attenzione venne posta dai Romani alla rete stradale, indispensabile al collegamento tra le varie parti dell’Impero. Il Monferrato fu contornato da alcune vie consolari. Centro nevralgico di queste strade era Dertona (Tortona), attraversata da due vie consolari: la Postumia, collegante Genova con Aquileia attraverso Libarna, Cremona e Verona e l’ Aemila Scauri (proveniente da Roma, Bologna, Pisa, Pontremoli e Fiorenzuola) diretta a Vada Sabatia (Vado Ligure) attraverso Acqui e l’alta Val Bormida. Da Dertona partiva inoltre la Fulvia diretta a Torino attraverso Villa del Foro, Asti e Poirino (le località di Quarto, Annone e Quattordio ricordano le rispettive distanze in miglia da Asti: quattro, nove e quattordici). Ad Acqui l’Aemilia Scauri si incrociava con la Iulia Augusta (ma non tutti gli storici sono d’accordo), proveniente d’oltralpe via Chiusa di Pesio, Benevagienna, Pollenzo ed Alba. Altra importante via consolare, non meglio identificata, collegava Pavia con Torino alla sinistra del Po, attraverso Lomello e Rigomagus (Trino antica).
Oltre a queste strade consolari, pavimentate con blocchi di pietra, esistevano altre numerose strade sterrate, che collegavano località meno importanti tra loro o con le strade consolari. È accertata la presenza di una strada alla destra del Po, collegante Valenza con Torino attraverso Occimiano, Vardacate, Pontestura e Industria. Altre strade collegavano Asti con Industria attraverso Settime (sette miglia da Asti) e Montechiaro d’Asti; con Vercelli attraverso Moncalvo e Pontestura; con Alba e Pollenzo; con Acqui attraverso Vinchio (venti miglia da Asti) e Incisa. Sono anche state supposte altre strade colleganti, attraverso il Basso Monferrato, Asti con Vardacate, Villa del Foro con Valenza e con Vardacate.
Oltre alle località citate, molte altre sarebbero di derivazione romana e in particolare quelle con suffisso –ano come Paciliano (attuale San Germano di Casale), Conzano, Grazzano, Occimiano, Felizzano, Ozzano, Agliano, Vigliano, Roccaverano, Caranzano. Questi erano Pagi o Vici, piccoli villaggi, i cui toponimi derivavano dal nome del proprietario romano del relativo fundus, fondo o fattoria agricola, più la desinenza–anus a formare l’aggettivo corrispondente, che serviva a caratterizzare il fondo stesso. Così per esempio fundus di Gratius divenne fundus gratianus e quindi Grazzano; fundus di Allius divenne fundus allianus e quindi Agliano.

Reperti archeologici romani in Monferrato
Numerosi i reperti romani (tombe, mosaici, terrecotte, monete, anelli e altri manufatti in pietra, bronzo, ferro e vetro) ritrovati nel Basso e nell’Alto Monferrato: nelle vicinanze della pieve di S. Giovanni di Mediliano situata nel territorio del comune di Lu Monferrato, nei dintorni di Trino (attualmente esposti nel locale Museo Civico), ad Acqui (Museo Archeologico Comunale), dove spiccano i monumentali resti dell’acquedotto romano che portava agli abitanti di Aquae Statiellae le fresche acque del torrente Erro.
L' acquedotto romano di Acqui Lapidi funerarie romane sono state trovate ad Occimiano e Grazzano (conservate nelle rispettive Parrocchie) e a Moncalvo (presso la Biblioteca Civica F. Montanari). Frammenti di steli funerarie romane si trovano a Vignale nella chiesetta di Molignano e a Frassinello nel castello di Lignano. Nel centro del paese di Pontestura si trova un frammento di una colonna miliare romana dedicata all’imperatore Costantino. Alcuni cippi romani sono stati rinvenuti a Ponti (conservati presso il locale Municipio), Cunico e Tonco (ora presso il Museo di Antichità di Torino) e Gabiano (ora presso il Museo Leone di Vercelli).
Altri reperti romani sono stati trovati a Castagnole Lanze nei cui dintorni sono venuti alla luce anche alcuni tratti di una antica strada romana, probabilmente tra Acqui ed Alba. Ad Asti sono state rinvenute numerose vestigia della romanità (Museo Archeologico di San Pietro), come pure ad Alba (Museo Civico Federico Eusebio) che conserva ancora alcuni resti delle antiche mura romane e dove è stata ritrovata una bella testa muliebre in marmo, conservata presso il Museo di Antichità di Torino.
Ai margini del Monferrato, a Libarna presso Serravalle Scrivia, a Industria presso Monteu da Po e a Villa del Foro presso Alessandria, sono ancora in corso campagne di scavo nelle relative città romane. A Marengo nel 1928 sono stati trovati, durante alcuni lavori agricoli, numerosi oggetti di argento finemente lavorato, di probabile datazione intorno al II secolo d. C. (Tesoro di Marengo, dal 1936 presso il Museo di Antichità di Torino).

Propugnatori della fede in Monferrato
Negli anni successivi all’editto di Milano (313 d.C.) furono istituite nel territorio piemontese le diocesi di Vercelli, Asti, Tortona, Ivrea, Torino, Acqui ed Alba.
Fra i propugnatori della fede in Piemonte, le cui datazioni oscillano fra il III e l’VIII secolo, si possono ricordare: S. Dalmazzo, martirizzato probabilmente nel 253 nell’antico borgo romano di Pedona, località che in seguito da lui prese il nome di Borgo S. Dalmazzo e dove fu poi fondata la storica abbazia di Pedona; S. Siro, S. Eusebio e S. Maggiorino tutti del IV secolo, rispettivamente vescovi di Pavia, Vercelli ed Acqui; S. Secondo e S. Evasio, rispettivamente patroni di Asti e di Casale.

II
IL MONFERRATO DURANTE LE INVASIONI BARBARICHE. CARLO MAGNO, IL FEUDALESIMO E I “SARACENI”
Visigoti, Unni, Burgundi, Longobardi e Franchi in Monferrato
Intorno al 400 i Visigoti guidati da Alarico misero a ferro e fuoco le nostre terre. Attaccarono Asti, dove si era rifugiato l’Imperatore Onorio, ma non riuscirono ad entrarvi perché incalzati dall’esercito imperiale proveniente da Milano. Si diressero allora verso Pollenzo e qui nel 402 avvenne la battaglia. Alarico fu sconfitto e l’Impero respirò. Nel 452 un altro popolo, gli Unni guidati da Attila, irruppe nella Pianura Padana. Verso la fine del V secolo le nostre terre furono invase dai Burgundi che fecero del Piemonte terra bruciata. Occuparono Torino, Asti, Vercelli, Novara, Tortona, Industria, Libarna e probabilmente anche Vardacate.
Durante la guerra gotico-bizantina (535-553), Burgundi e Franchi invasero Piemonte e Valle Padana provocando danni e distruzioni. Nel 568 circa 150.000 Longobardi attraversarono le Alpi Carniche e occuparono l'Italia settentrionale e parte della centrale e meridionale.
Gli storici sono concordi nel ritenere che numerosi siano stati gli insediamenti longobardi anche in Monferrato e in particolare nella Val Cerrina, dove numerose località hanno il suffisso –engo (derivante dalla primitiva desinenza germanica –ing), per esempio Murisengo, Scurzolengo, Aramengo, Odalengo,Tonengo. Così anche per le località coi suffissi –ingo, –ango, –enco, e simili. Anche Sala, Salabue ed omologhi deriverebbero dal longobardo “saal”, abitazione, luogo abitato, soggiorno. A conferma di questa ipotesi si può citare la scoperta nel 1994 nel comune di Mombello, di una necropoli adiacente ad un insediamento costituito da alcune case di età longobarda, costruite su precedenti case romane. Gli scavi hanno permesso di ricuperare numerosi oggetti di vita quotidiana. Altri reperti di epoca longobarda sono stati rinvenuti nei dintorni di Torino, esposti nel locale Museo di Antichità e di Acqui, esposti nel locale Museo Archeologico.

Diffusione del monachesimo in Monferrato
Nel VI secolo si diffuse in Italia il monachesimo, iniziato un secolo prima con S. Benedetto.
I primi monasteri piemontesi furono di origine franca come, si ritiene, quello della Novalesa, oppure longobarda come, si ritiene, quelli di Borgo S. Dalmazzo e di S. Michele di Lucedio, sorti probabilmente come centri di aggregazione spontanea di tipo cenobitico.
Intorno al X-XI secolo i monasteri ebbero invece prevalentemente una origine signorile (marchionale o comitale) o vescovile. Per esempio gli Aleramici fondarono tre abbazie:

Grazzano, sovrastrato dalla parrocchia, ex abbazia
S. Salvatore di Grazzano nel 961,
abbazia di San Quintino di Spigno,
S. Quintino di Spigno nel 991
abbazia di Santa Giustina di Sezzadio,
e Santa Giustina di Sezzadio nel 1030.
Abbazie vescovili furono S. Pietro e S. Maria in Campis di Acqui, S. Frontiniano di Alba e il monastero femminile di S. Anastasio di Asti. Il monastero femminile di Santa Maria della Rocca o Rocca delle Donne nel territorio di Camino, inizialmente un priorato della Fruttuaria, fu invece fondato dall’aleramico Guglielmo V nel XII secolo.
Sono invece databili intorno al XII-XIII secolo le abbazie cistercensi , come per esempio quelle di S. Maria di Lucedio, nel territorio di Trino, e di Tiglieto sull’Appennino ligure.

Il feudalesimo in Monferrato
Nel 774 Carlo Magno attraversò le Alpi al Monginevro con un forte esercito, sconfisse i Longobardi alle Chiuse di Susa
La sacra di San Michele che domina 
la stretta valle di Susa e riuscì a conquistare Pavia dopo un lungo assedio. La notte di Natale dell’800 Carlo Magno fu incoronato Imperatore a Roma. Carlo Magno suddivise il proprio impero in marche e comitati, essendo le prime quelle più vaste, contenenti più comitati e poste generalmente ai suoi confini.
Vezzolano, la terracotta 
che raffigura Carlo Magno Non si hanno notizie precise sulla suddivisione avvenuta in Piemonte. Sarebbero state elette a comitati, non solo da Carlo Magno ma anche dai suoi successori, le città più importanti sopravvissute alle invasioni barbariche: Asti, Acqui, Alba, Torino, Lomello, Ivrea e Vercelli.
A partire dal IX secolo si iniziarono a formare, all’interno delle marche o dei comitati, centri di potere gestiti da signori locali, che ottennero il riconoscimento prima dei rispettivi marchesi o conti e poi anche del sovrano. Si venne quindi configurando quel complesso sistema politico, economico e sociale definito feudalesimo, determinato sostanzialmente da un trasferimento del potere dal centro alla periferia, dal sovrano ai signori feudali.
Il castelo di San Marzano Oliveto,
 uno dei più antichi del Monferrato Nello stesso periodo si vennero incrementando, a scapito del potere laico, i poteri patrimoniali e politici dei vescovi nelle città e degli abati nelle abbazie. Per esempio in Asti a partire dal 940 non si ebbero più attestazioni della presenza di conti in città: il vescovo Brunengo (938-965 ca.) aveva assunto i poteri di controllo commerciale, militare e giudiziario su tutto il territorio.

Le incursioni dei “Saraceni” in Monferrato
Verso la fine del IX secolo un contingente di Arabi sbarcò nell’attuale baia di S. Tropez in Francia ed edificò un luogo fortificato denominato Fraxinetum, da cui sarebbero iniziate le scorrerie al di qua delle Alpi. Non sarebbero mancate le incursioni anche in Monferrato, dove i toponimi di Frassinello Monferrato e Frassineto Po dimostrerebbero il collegamento col Fraxinetum di Provenza. Secondo la storiografia più recente tali scorrerie non hanno però alcun fondamento storico, perché non va dato alcun credito storico alle innumerevoli grotte, case, mulini, fontane, rocce o qualunque altro edificio o sito legato alla denominazione dei Saraceni…I presunti “Arabi” di Frassineto (di Provenza) si sono a poco a poco trasformati in corsari andalusi di lingua romanza e di fede cristiana… agguerriti fuorilegge locali a mezza strada tra il brigante e la guida alpina”(A. A. Settia, Monasteri subalpini e presenza saracena: una storia da riscrivere, Deput. Subalp. di Storia Patria 1988). Risultano invece certificate le incursioni di predoni ungari che intorno alla metà del X secolo depredarono numerose città dell’Italia settentrionale fra cui Pavia.

III
ALERAMO E GLI ALERAMICI
Aleramo
Aleramo (-933-967-) è personaggio storico, figlio di un Guglielmo vissuto a cavallo del 900. Scarse le notizie sulla sua vita. Egli compare per la prima volta in un documento del 933, nel quale i re Ugo e Lotario donano al conte Aleramo la corte Auriola nel comitato di Vercelli. In un diploma del 967 l’imperatore Ottone I conferma al marchese Aleramo tutti i beni di cui è in possesso ed inoltre concede omnes illas cortes in desertis locis, consistentes a flumine Tanaro usque ad flumen Urbam et ad litus maris.

Diploma Imperiale del 23 marzo 967 : nascita ufficiale del Monferrato (Archivio di Stato di Torino).

Si ritiene che Aleramo sia morto prima del 991, perché non compare nel documento di fondazione del monastero di Spigno da parte del figlio Anselmo e del nipote Guglielmo III e che sia stato sepolto nella abbazia di Grazzano da lui fondata.
La politica di Aleramo, come del resto quella dei grandi signori dell’epoca, era volta da un lato a mantenere buoni rapporti con le autorità laiche ed ecclesiastiche, dall’altro ad estendere il proprio potere sui signori di antica o di più recente legittimazione, come i Cane che nel 1116 furono investiti dall’imperatore Enrico V di Cellamonte, Frassinello, Cuccaro e Fubine, da cui deriveranno i signori delle rispettive località.

Dinastie aleramiche
Sembra accertato che Aleramo abbia avuto tre figli: Guglielmo II, Oddone ed Anselmo. Gugliemo morì probabilmente senza eredi. Oddone e i propri figli concentrarono i loro interessi soprattutto sull’area tra Acqui e Vercelli, Anselmo e i suoi sull’area meridionale del marchesato.
Fra i discendenti di Oddone sono certificati un figlio Guglielmo III, un nipote Ottone e un pronipote Guglielmo IV, padre di Ranieri a sua volta padre di Guglielmo V (-1133-1191) con cui il marchesato di Monferrato assunse una notevole valenza anche in campo internazionale.
Contemporaneo di Ranieri e suo lontano cugino, perché discendente da Anselmo figlio di Aleramo, fu Bonifacio del Vasto, la cui denominazione starebbe ad indicare la vasta zona comprendente il territorio appenninico tra Piemonte e Liguria, sulla quale riuscì ad estendere il proprio potere. Dopo la sua morte, avvenuta intorno al 1130, i suoi figli procedettero alla suddivisione del patrimonio: da Bonifacio discenderanno i marchesi d’Incisa, da Manfredo i marchesi di Saluzzo, da Guglielmo i Busca e i Lancia (signori di Loreto), da Anselmo i Ceva e i Clavesana, da Enrico i Del Carretto. Dinastie che, variamente ramificate, saranno protagoniste della politica del Piemonte meridionale e che avranno rapporti più o meno intensi con i discendenti di Oddone, i marchesi di Monferrato.

Inizia la rinascita e sorgono i comuni
Mentre la discendenza aleramica da un lato si coagulava attorno a Guglielmo V e dall’altro si frantumava nei molti figli di Bonifacio del Vasto, si manifestò non solo in Piemonte ma in tutta Europa un progressivo sviluppo economico e civile, accompagnato da un aumento della produzione agricola, da uno sviluppo dell’artigianato e del commercio e da un graduale incremento demografico: preludio alla formazione dei Comuni amministrati dai consoli.
La prima attestazione dei consoli in Piemonte è quella di Asti, come risulta dal “Codex Astensis”, nel quale è riferito che nel 1095 il vescovo di Asti concede in beneficio il castello di Annone a dieci consoli della città. Il comune di Vercelli è documentato nel 1141, Torino nel 1149, Casale nel 1166, Alessandria nel 1168 (anno della sua fondazione), Alba nel 1171, Acqui nel 1186.
In un secondo tempo il comune sarà amministrato dal podestà, quale elemento equilibratore fra le varie fazioni. Per esempio il primo podestà di Asti fu Guido da Landriano nel 1190, di Alba Rolando Balbo nel 1194.

Guglielmo V, i suoi figli e nipoti in Monferrato e in Oriente
La prima certificazione di Guglielmo V é del 1133 quando, insieme alla moglie Iulitta, al padre Ranieri e al cugino Ardizzone di Felizzano, fa una donazione al monastero di S. Maria di Lucedio. Iulitta era figlia del margravio d’Austria e della figlia dell’imperatore Enrico IV. Con questo matrimonio Guglielmo di Monferrato divenne zio (d’acquisto) dell’ imperatore Federico Barbarossa e, per merito delle parentele della moglie, imparentato con l’Impero e con quasi tutte le dinastie europee: i re di Francia, i conti di Savoia e i margravi d’Austria.
Succeduto al padre Ranieri nel 1135, continuò il processo di unificazione e consolidamento del marchesato. Partecipò alla seconda crociata (1147-1149) guidata dall’imperatore Corrado III e dal re di Francia Luigi VII.
Nel 1152 moriva l’imperatore Corrado e gli succedeva il nipote Federico, soprannominato Barbarossa (ca.1120–1190), che ebbe l’appoggio dello zio Guglielmo nella lotta contro i comuni italiani: nella distruzione di Asti, Chieri e Tortona del 1154, nell’allestimento della Dieta di Occimiano del 1159, nella distruzione di Milano del 1162, nell’assedio di Alessandria del 1174-1175. A ricompensa della sua devozione, Federico nel 1164 gli confermò la giurisdizione su numerose località situate in una vasta area comprendente grosso modo l’attuale Basso Monferrato con estensione ad alcune terre a sud del Tanaro e nel Canavese.
Nel 1176 Guglielmo Lungaspada primo figlio di Guglielmo partiva per la Palestina dove sposava la figlia di re Baldovino IV e dove moriva l’anno successivo, forse avvelenato, lasciando la moglie incinta. Nel 1183 fu la volta del quarto figlio Ranieri che moriva in dubbie circostanze a Bisanzio dopo aver sposato tre anni prima la figlia dell’Imperatore. Nel 1186 anche Guglielmo V ripartiva per la Palestina per portare aiuto al proprio nipote Baldovino V e qui moriva nel 1191 dopo aver combattuto contro i Musulmani. Nel 1192 fu assassinato in una strada di Tiro il secondo figlio Corrado che sette anni prima aveva anch’egli sposato la figlia di un altro Imperatore di Bisanzio e che come il padre aveva coraggiosamente combattuto contro i Musulmani. Nel 1207 il secondo figlio Bonifacio, successore di Guglielmo V alla guida del Monferrato, fu ucciso dai Bulgari in Tessaglia mentre tentava di difendere il proprio regno ottenuto dopo la conquista di Costantinopoli a seguito della IV crociata da lui comandata. Nel 1225 toccò al nipote Guglielmo VI figlio di Bonifacio che, dopo aver ipotecato, l’anno prima, tutto il Monferrato all’imperatore Federico II per 9.000 marchi d’argento, morì alle porte di Tessalonica dove col fratello Demetrio tentava di ricuperare il regno perduto.
Il patrimonio rivendicato da Guglielmo VI nell’ipoteca del 1224 era distribuito su 146 luoghi distribuiti su un’area molto vasta avente un “corpus” nell’attuale Basso Monferrato ed alcune propaggini estese fino a Vinadio nella Valle Stura di Demonte, a Castruzzone presso Carema all’imbocco della Valle d’Aosta, a Roccaforte Ligure nel Tortonese e a Dego nel Savonese. Di questi 146 luoghi 36 erano feudi diretti o immediati , gli altri erano mediati cioè feudi di signori che si riconoscono vassalli di Gugliemo.

Bonifacio II, Guglielmo VII e Giovanni I
Successore di Guglielmo VI alla guida del Monferrato fu il figlio Bonifacio II (ca.1201-1253) che non si lasciò ammagliare dal miraggio delle conquiste in Medio Oriente. Si alleò con Asti, ma subì una grave sconfitta nel 1229 nei pressi di Vignale ad opera di Alessandrini e Milanesi.Negli anni successivi, mantenendo una politica di equilibrio fra Papato (Innocenzo IV) e Impero (Federico II), riuscì ad estendere la propria giurisdizione su parte del Canavese (fino a comprendere Caluso, Cuceglio e Corio) e della collina torinese (fino a comprendere Caselle, Leinì, Settimo, Gassino e Sciolze).
Figlio di Bonifacio II, Guglielmo VII (ca.1240-1292), il “Gran Marchese”, seppe imporsi nel contesto delle entità politiche dell’epoca e riuscì a creare uno Stato signorile unitario, anche se temporaneo. Il suo governo fu caratterizzato nel 1275 dalla vittoria a Roccavione di una Lega, comprendente Monferrato, Asti, Pavia e Genova, contro le forze di Carlo d’Angiò, che negli anni precedenti aveva esteso il proprio dominio sul Piemonte sud-occidentale. Negli anni successivi ottenne le signorie di Torino, Ivrea, Vercelli, Alessandria, Acqui, Tortona, Casale, fu eletto capitano della guerra di Pavia, Milano Asti, Genova, Novara ed Alba, oltre che dei fuoriusciti di Brescia, Lodi, Como, Cremona, Verona e Mantova. Nel 1280 fu catturato in Provenza per ordine del conte di Savoia durante il suo viaggio verso la Spagna e per la sua liberazione fu costretto a pagare una forte somma e a cedere Torino ai Savoia. Negli anni successivi gran parte delle città sottomesse si ribellarono. Nel 1290 fu catturato dagli Alessandrini che lo rinchiusero in prigione dove morì il 6 febbraio 1292.
Unico figlio maschio di Guglielmo VII, Giovanni (1278-1305) riuscì a ricuperare quasi tutte le località del Basso Monferrato, della collina torinese e del Canavese sottratte al Marchesato dai potenti vicini dopo la morte del padre. Nel 1303 riuscì anche ad imporre la propria sovranità, con l’ausilio della fazione dei De Castello, su Asti da cui fu però costretto a ritirarsi l’anno successivo a causa del sopravvento della fazione avversa dei Solaro.

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