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Storia del Monferrato

(Compendio dal libro di Carlo Ferraris: Storia del Monferrato, le origini, il marchesato, il ducato, Ed. Grifl, giugno 2006.)

PARTE SECONDA: IL MONFERRATO E I PALEOLOGO

I
DAL RISCHIO DI SCOMPARIRE ALLA MASSIMA ESTENSIONE TERRITORIALE

Subentra Teodoro Paleologo
Alla morte senza eredi di Giovanni nel 1305, si aprì una crisi dinastica risolta dopo alcune incertezze con l’assegnazione del Marchesato a Teodoro, secondogenito della sorella Iolanda imperatrice di Bisanzio per averne sposato l’imperatore Andronico Paleologo nel 1284. Teodoro (1291-1338) sbarcò nell’agosto del 1306 a Genova dove sposò pochi giorni dopo Argentina Spinola figlia di Opicino Spinola signore della città. Intanto il Monferrato rischiava di scomparire perché occupato in gran parte dalle truppe del Marchese di Saluzzo, degli Acaia e di Carlo II d’Angiò che all’inizio del secolo aveva ripreso l’espansione nel Piemonte meridionale.
Teodoro riuscì nel corso di alcuni anni a riconquistare il proprio Stato con l’autorità derivante dal proprio casato, con la forza delle armi e con una accorta politica di compromesso. Nel frattempo continuava l’espansione angioina in Piemonte che dopo alterne vicende riusciva ad estendersi fino a comprendere nel 1322 anche Asti ed Alessandria
Teodoro iniziò a convocare delle assemblee (poi definite parlamenti) alle quali partecipavano i vassalli e i rappresentanti delle comunità da lui direttamente dipendenti: consuetudine mantenuta da molti dei successivi Paleologo che, se in pratica serviva quasi esclusivamente a richiedere contribuzioni di milizie e tasse, era anche strumento di difesa di consuetudini e franchigie locali e organo di collaborazione dei sudditi col governo. In base ai dati relativi ai 116 comuni richiesti di contribuzione nel parlamento tenuto a Chivasso nel 1320 si possono ricavare le seguenti considerazioni: 68 erano retti da vassalli e 48 dipendenti direttamente dal Marchese; i sudditi del Marchesato erano circa 110.000 di cui circa 69.000 nel territorio fra il Po e il Tanaro, 15.000 nell’oltre Po, 26.000 nell’oltre Tanaro. Casale contava circa 6.000 abitanti; Chivasso, Lu, Moncalvo e Vignale circa 3.000; Tonco e Trino circa 2.500; Calliano, Livorno Ferraris, Mombello e Rosignano circa 2.000; Castagnole, Felizzano, Montiglio, Murisengo, Ozzano, “Sezano” e Verolengo circa 1.500; le altre località contavano popolazioni inferiori; Acqui, Alice, Bruno, Cassine, Castel Rocchero, Cortiglione, Mombaruzzo, Montabone, Nizza e Ricaldone circa 20.000 abitanti in totale.

Giovanni II amplia il proprio dominio
Alla morte di Teodoro I nel 1338, successe alla guida del Monferrato l’unico figlio maschio Giovanni (1321-1372). Audace, astuto, ambizioso, intraprendente si scontrò negli anni successivi soprattutto col principe Giacomo d’Acaia e a partire dal 1356 soprattutto coi Visconti.
In quegli anni l’avvenimento più importante in Piemonte fu la battaglia di Gamenario dell’aprile del 1345 tra le forze agli ordini di Giovanni e quelle agli ordini del siniscalco della regina Giovanna (figlia di Roberto d’Angiò ed erede del trono di Napoli). Gli Angioini avevano posto l’assedio al castello nel quale si erano rifugiati i fuorusciti chieresi. Giovanni e i suoi accorsero in loro soccorso e fu battaglia campale, nella quale la vittoria arrise al marchese e lo stesso comandante angioino rimase ucciso sul campo.
Dopo la battaglia di Gamenario il dominio angioino in Piemonte si sgretolò in breve tempo. Giovanni ottenne Alba, Acqui, Ivrea e Valenza; Luchino Visconti occupò Alessandria; Savoia ed Acaia si spartirono Chieri e buona parte del Cuneese. Nel 1356 Giovanni ottenne anche Asti che era passata sedici anni prima sotto i Visconti. Nel 1369 Giovanni riuscì ad ottenere anche Alba e Mondovì mediante l’esborso di 16.000 fiorini al condottiero inglese Ugo detto il Dispensiere, ma non riuscì ad impedire che le truppe di Galeazzo occupassero, tre anni dopo, Valenza e Casale.
Alla sua morte nel 1372, Giovanni lasciava uno Stato notevolmente ingrandito, rispetto a quello ereditato dal padre, avente giurisdizione su città importanti come Asti, Alba e Mondovì.
Va segnalato che durante il marchesato di Giovanni II si abbatté sul Monferrato la terribile peste del 1348 (poi diventata endemica), che si ritiene abbia causato una perdita di circa il 20% della popolazione, contro il 30-35% calcolato per la popolazione europea.

Secondotto e Giovanni III muoiono di morte violenta
Giovanni aveva nominato suo successore il primogenito Secondo Ottone o Secondotto (ca.1360-1378) così chiamato in onore di S. Secondo patrono di Asti ormai considerata capitale dei suoi domini e del fedele collaboratore Ottone di Brunswick nominato tutore suo e dei suoi fratelli Giovanni, Teodoro e Guglielmo.
A seguito del matrimonio nel 1377 di Secondotto con la figlia di Galeazzo Visconti si venne delineando un fronte Monferrato-Milano contro Savoia-Acaia. Poiché Asti era stata occupata proditoriamente dal fratello di Ottone di Brunswick, Secondotto chiese aiuto al cognato Gian Galeazzo Visconti per ricuperare la città. Nel febbraio 1378 essi attaccarono Asti, deposero l’usurpatore e si spartirono il potere. Ma l’accordo non resse e Gian Galeazzo ebbe il sopravvento sul debole cognato. Secondotto, forse sentendosi in pericolo, abbandonò il Monferrato, non è chiaro con quale destinazione. Sta di fatto che, nel dicembre dello stesso anno, fu assassinato da uno stalliere a seguito di un alterco durante una sosta a Langhirano nel Parmense (si parlò di un sicario inviato da Gian Galeazzo). Come riferisce il Sangiorgio nella sua Cronica, il suo corpo fu portato a Parma e sepolto nel maggior tempio di quella città.
Secondotto fu giudicato negativamente da tutti gli storici. Non solo debole ed inetto, ma anche violento e dissoluto, fin in uccider uomini et isforzar femmine.
Dopo la morte di Secondotto assunse il potere il fratello Giovanni III (ca. 1361-1381) che, unitamente all’altro fratello Guglielmo, seguì nel 1379 il tutore Ottone di Brunswick a Napoli per portare aiuto alla di lui moglie Giovanna in difesa del proprio regno. Nel 1381 la situazione precipitò. Carlo III d’Angiò-Durazzo entrò a Napoli con le sue truppe per spodestare la regina Giovanna. Nelle strade di Napoli infuriò la battaglia. Giovanni fu ucciso. Ottone e Guglielmo caddero prigionieri.

Teodoro II e Facino Cane. Massima estensione territoriale del Marchesato
Teodoro II (ca.1364-1418) e Facino (ca.1360-1412) furono i protagonisti non solo della storia del Monferrato ma anche dell’Italia nord-occidentale intorno al quattrocento ed ebbero vite parallele, sovente accomunate da interessi reciproci. Il primo, figlio terzogenito di Giovanni II, alla guida del Marchesato dopo la morte del fratello Giovanni III; il secondo al comando di una fra le più spietate compagnie di ventura dell’epoca, operante a fianco di Teodoro, raramente alle sue dipendenze.
Più volte, negli anni ottanta e fino al 1394 quando fu firmata una tregua fra i belligeranti, intervennero entrambi nel Canavese a sostegno dei “Tuchini” nella loro rivolta contro i nobili locali affiancati da Savoia ed Acaia. Intanto nel 1393 Teodoro riusciva ad ottenere la giurisdizione su alcune terre dell’Alta Val Bormida: da Carcare, Millesimo e Roccavignale fino a Osiglia e Calizzano sull’Appennino ligure e quindi fino a poche miglia dal mare.
Nel 1400 Teodoro assegnava Borgo San Martino a Facino in riconoscimento dei suoi servigi. Nel 1403 la reggenza milanese inviava Facino a domare una rivolta in Alessandria: i rivoltosi furono massacrati e la città abbandonata al saccheggio. Si disse che Facino, da buon casalese, volle vendicare il saccheggio perpetrato dagli Alessandrini nel 1215 ai danni di Casale; sta di fatto che nel 1404 vennero ricuperate e riportate a Casale, sia le spoglie di S. Evasio, sia il prezioso crocifisso, attualmente vanto del duomo casalese.
Facino ottenne dai Visconti, quale ricompensa per i propri servigi, Montecastello, Valenza, Breme, Alessandria e nel 1406 il feudo di Biandrate con titolo comitale, ottenendo in questo modo la legittimazione delle sue conquiste. Negli anni successivi, con l’acquisizione di Piacenza, Vigevano, Novara e Varese riusciva ad ampliare notevolmente il proprio Stato. Teodoro dal canto suo otteneva Casale dopo più di trent’anni di dominio visconteo e, con l’aiuto di Facino, anche Vercelli. Nel 1409 Teodoro e Facino riuscivano anche ad appropriarsi, per alcuni anni, rispettivamente di Genova e Milano.
La forte fibra di Facino, minata dalla gotta e logorata dalle innumerevoli campagne militari, stava per cedere. Morì a Pavia nel 1412. I suoi possedimenti furono ereditati da un fratello e da due nipoti, mentre il restante ingente patrimonio e le pertinenze (Alessandria, Novara, Valenza, Breme, Varese, Vigevano e forse Tortona) passarono alla vedova Beatrice, che si risposò poco dopo con Filippo Maria unico erede dei Visconti. Borgo S. Martino e il territorio circostante alla destra del Po furono incamerati da Teodoro.
Negli anni successivi Teodoro si scontrò particolarmente col duca Filippo Maria Visconti al quale, nel 1417, cedeva Vercelli, dopo 14 anni di dominio monferrino, in cambio di Asigliano, Larizzate e Villanova. Nello stesso anno riusciva ad ottenere Frassineto e Valmacca.
Teodoro morì l’anno dopo a Moncalvo sua residenza preferita e venne sepolto nella locale chiesa di S. Francesco. Con Teodoro II il Marchesato raggiunse quasi la massima estensione territoriale della sua storia.

II
LE PRIME MUTILAZIONI PARZIALMENTE COMPENSATE DA ALCUNE ACQUISIZIONI

Gian Giacomo e le prime mutilazioni del Marchesato
Nel 1419 Gian Giacomo (1395-1445), unico figlio di Teodoro II, ottenne Ponzone e alcune località dell’alta Val Bormida (Cairo, Dego, Spigno e Pareto) e dell’Ovadese (Cassinelle, Cremolino, Molare, Morbello e Morsasco). Con queste acquisizioni il dominio monferrino raggiunse la massima estensione territoriale della sua storia. (non considerando alcune effimere espansioni come quelle di Guglielmo VII).
Questo iniziale successo non ebbe seguito. Gian Giacomo dimostrò ben presto di non possedere le capacità del padre, né nell’arte della politica, né in quella della guerra. Coinvolto nelle lotte tra Milano, Venezia e Firenze della prima metà del Quattrocento, finì per essere travolto dalla sua ingenuità politica, sovrastata dalla scaltrezza di due personaggi quali Filippo Maria Visconti ed Amedeo VIII (suo cognato per averne sposato la sorella). Il risultato fu la completa invasione del Marchesato da parte delle truppe milanesi e savoiarde. Per sua fortuna intervenne Venezia che nella pace del 1433 impose la restituzione a Gian Giacomo delle terre occupate. Milano acconsentì sia pure a malincuore mantenendo però la propria giurisdizione su Spigno, Millesimo e su parte di Cairo. Amedeo VIII si ritirò dalle terre occupate solo dopo due anni, ottenendo in cambio, ad eccezione di Volpiano, il territorio alla sinistra del Po comprendente Settimo, Brandizzo, Chivasso, Feletto, Rivarolo ed Ozegna con conseguente divisione del Canavese monferrino in due tronconi, l’uno comprendente Rivara, Corio e Forno, l’altro comprendente Caluso, Candia, Mercenasco, Cuceglio, San Giorgio e Foglizzo; Amedeo riuscì inoltre ad imporre il vassallaggio a Gian Giacomo e alla sua discendenza.
Gian Giacomo visse ancora una decina d’anni fra Pontestura, Trino e Casale, al di fuori della politica attiva, dando segni manifesti di squilibrio mentale ed imprecando continuamente contro il cognato. Morì a 50 anni nel 1445 e fu sepolto nella chiesa di S. Francesco a Casale, nella quale saranno tumulati anche tutti i successivi marchesi di Monferrato di stirpe paleologa.

Guglielmo VIII e i suoi fratelli
Gian Giacomo ebbe numerosa prole: due femmine e quattro maschi di cui uno, Teodoro, intraprese la carriera ecclesiastica e gli altri tre, Giovanni (1413-1464), Guglielmo (1420-1484) e Bonifacio (1424-1494) divennero nell’ordine marchesi di Monferrato. Alla morte di Gian Giacomo il primogenito Giovanni assunse la guida del Marchesato.
Tutti gli storici dedicarono a questo Giovanni IV poche parole in quanto, pur avendo retto il Monferrato per quasi vent’anni, non fece alcunché d’importante e vixe gioioso et sanza alchuni affanni. Non ebbe figli legittimi e di conseguenza alla sua morte il fratello Guglielmo assunse la guida del Marchesato.
Guglielmo aveva già 44 anni, trascorsi in parte quale capitano di ventura alternativamente al soldo di Milano e Venezia e in parte, dopo la pace di Lodi del 1454, quale amministratore dello Stato a fianco del fratello Giovanni. Nel 1467, a seguito del suo rifiuto di prestare l’atto di vassallaggio ad Amedeo IX di Savoia secondo gli accordi intercorsi fra i loro genitori, sostenne una breve campagna militare che gli fruttò l’acquisizione di Balzola e il consenso del Savoia a non esigere più quell’atto di sudditanza.
Durante i quasi vent’anni di governo Guglielmo si dedicò all’amministrazione e al rafforzamento dello Stato. Rendendosi conto della necessità di una vera capitale (prima non esistente in quanto i precedenti marchesi si spostavano frequentemente da un luogo all’altro), tenne stabile dimora a Casale, che ampliò con una nuova cinta muraria e dove realizzò una pianificazione urbanistica e una ristrutturazione dell’abitato, allo scopo di offrire alla città un aspetto degno della sua Corte e rappresentativo del suo potere. Intervenne nella ristrutturazione del castello, nella costruzione della Chiesa di San Domenico e del primo ospedale casalese. Nel 1474 riuscì ad ottenere l’istituzione della Diocesi casalese. Ristrutturò il Santuario di Crea e come afferma Galeotto Del Carretto fece murare et porre in fortezza molte, anzi tutte le castella del suo Stato. Favorì la stampa, potenziò le scuole, protesse letterati ed artisti.
Morì a 64 anni e venne sepolto in San Francesco a Casale. Questa chiesa sarà demolita all’inizio dell’800 e le ossa di Guglielmo VIII e degli altri Paleologo trasferite nella Chiesa di San Domenico.
Guglielmo VIII ebbe tre mogli, due figlie ma nessun figlio maschio legittimo e di conseguenza alla sua morte il Marchesato passò al sessantenne fratello Bonifacio III. Bonifacio aveva sposato nel 1483 Elena di Brosse che però moriva l’anno successivo. Per evitare il passaggio del Marchesato ai Savoia o ai Saluzzo, sempre pronti ad avventarsi su di esso, Bonifacio si decise l’anno successivo al secondo matrimonio con Maria, giovane figlia di Stefano di Serbia. Narrano i cronisti che nel 1486, quando nacque il tanto sospirato erede Guglielmo, fu festa grande in Monferrato a dimostrazione dell’attaccamento della popolazione verso la stirpe dei Paleologo. Entusiasmo e giubilo che si ripeterono, quando nel 1488 nacque il secondo figlio, Gian Giorgio.
Nel 1494 Bonifacio morì, lasciando i due giovani figli sotto la tutela della moglie.

Guglielmo IX ottiene Ticineto e il Marchesato d’Incisa
Guglielmo IX (1486-1518) riusciva ad annettersi nel 1507 l’enclave di Ticineto spodestando i Radicati di Cocconato, signori del luogo dal 1431. L’anno successivo sposava la principessa francese Anna d’Alençon (1492-1562); matrimonio patrocinato da Luigi XII che intendeva legare alla Francia il Monferrato, importante cuscinetto fra i ducati di Savoia e Milano, passato quest’ultimo nel 1499 sotto la dominazione francese.
A seguito della protezione prestata alle truppe francesi durante la loro ritirata verso la Francia dopo il loro allontanamento dallo Stato di Milano nel 1513, Guglielmo dovette sborsare la somma di 30.000 scudi a Massimiliano Sforza per evitare rappresaglie contro il Monferrato. Ma i patti non furono rispettati, perché nella primavera del 1514 il capitano di ventura Gaspare Stampa, al soldo di Milano, penetrava con le sue truppe in Monferrato, col solo intento di saccheggiare e depredare le nostre terre. Subirono questa sorte, nel Basso Monferrato, Castelletto, San Salvatore, Lu, Conzano, Cuccaro, Camagna, Vignale e, nell’Alto Monferrato, numerose località a nord di Acqui, come Mombaruzzo, Alice, Cassine e Strevi.
Non erano ancora terminate le scorribande dello Stampa e dei suoi venturieri nelle due porzioni del Marchesato che Guglielmo IX riusciva ad accaparrarsi il marchesato d’Incisa mediante una azione militare contro gli ultimi marchesi del luogo.
Guglielmo IX moriva nel 1518 lasciando i figli Maria (1509-1530), Margherita (1510-1566) e Bonifacio (1512-1530) sotto la tutela della madre Anna d’Alençon che, a seguito del suo atteggiamento filofrancese, fu a sua volta costretta a sborsare nel 1521 la somma di 25.000 scudi all’esercito imperiale, onde evitare l’occupazione e il saccheggio dello Stato. Purtroppo, allo stesso modo di quanto successo otto anni prima, molte località del Marchesato (per esempio S. Salvatore, Mombello, Bianzé, Livorno, Alba e Nizza) subirono gravi razzie da parte di truppe ispano-imperiali

. Dai Paleologo ai Gonzaga. Nuove mutilazioni del Marchesato
Maria Paleologo al momento della morte del padre era già sposata da un anno con Federico Gonzaga (1500-1540), matrimonio ritenuto di grande prestigio dalla Corte monferrina e voluto da quella mantovana in previsione di una possibile acquisizione del Monferrato. Federico aveva lasciato a Casale quella sposa bambina con la promessa di tornare a prelevarla nel 1524 al compimento del suo quindicesimo anno. Passarono però non solo il 1524 ma anche gli anni successivi senza che Federico tenesse fede alle sue promesse. Egli adduceva come scusa i suoi impegni nella guerra in corso fra Francia e Spagna per il predominio in Italia ed Europa (che nel 1527 provocò ancora tante distruzioni in Alto e Basso Monferrato), ma in realtà era la sua tresca amorosa con l’amante Isabella Boschetti a trattenerlo a Mantova.
Federico nel 1528 riusciva ad ottenere l’annullamento del proprio matrimonio in previsione di nuove nozze con Giulia d’Aragona zia di Carlo V, il grande Imperatore che dopo la vittoria di Pavia del 1525 era diventato arbitro della politica italiana ed europea, assegnando ai Savoia la contea di Asti e il Marchesato di Ceva e alcune terre monferrine dell’alta Val Bormida (Calizzano, Osiglia, Bormida, Pàllare e Massimino) al marchesato di Finale.
I nuovi impegni matrimoniali di Federico erano già stati assunti quando nel 1530 giunse a Mantova la notizia della morte del giovane Bonifacio erede del Monferrato, a seguito di un fortuito incidente mentre cavalcava nella campagna casalese. Federico non ci pensò due volte. Annullò i propri impegni con Giulia d’Aragona e nel settembre dello stesso anno riuscì ad ottenere dal papa la riconferma del proprio matrimonio con Maria. Non passarono che pochi giorni e Maria moriva di crepacuore, si disse per le travagliate vicende a cui era stata sottoposta. Federico non si scoraggiò e chiese alla Corte monferrina la mano della sorella Margherita. La madre Anna d’Alençon non seppe o non osò opporsi e il matrimonio fu celebrato con gran pompa a Casale nell’ottobre dell’anno successivo.
Sulla strada di Federico verso l’acquisizione del Monferrato non restava che il malaticcio zio Gian Giorgio che, dopo la morte di Bonifacio, era stato chiamato dal Consiglio di reggenza monferrino al governo del Marchesato. La sua malferma salute resse solo fino al 1533 quando spirò a Casale, dopo aver inutilmente tentato di dare un erede alla gloriosa stirpe dei Paleologo.
L’imperatore Carlo V, quale suprema autorità feudale, prese possesso dello Stato in attesa che una apposita commissione da lui nominata ne decidesse la sorte. La causa durò un paio d’anni. Nel 1536 Carlo V emanò la sentenza nella quale assegnava a Federico il marchesato di Monferrato, i castelli e luoghi feudali e altri posseduti dai marchesi Paleologi. Nello stesso anno assegnava alcune località dell’alta Val Bormida monferrina al Marchesato di Finale.
Dopo il lodo imperiale Federico venne a Casale per un breve periodo. Vi nominò un Governatore e si ritirò nella sua Mantova dalla quale più non si mosse fino alla morte nel 1540.

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