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Tradizioni popolari Monferrine

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PREMESSA
Dopo la seconda guerra mondiale, con la ripresa delle attività produttive nei centri del triangolo industriale del Nord Italia, si creò una grande richiesta di manodopera.
Questo fu il principio scatenante di uno sfrenato spopolamento del Monferrato, che situato nel baricentro di questo triangolo industriale subì l' attrazione contemporanea di Torino, Genova e Milano.
Alla fine degli anni cinquanta in queste tre città lavorava quasi la metà della gioventù Monferrina, una parte erano lavoratori pendolari, ma la maggioranza si era trasferita stabilmente nelle grandi città.
A causa di questo flusso migratorio e dello spopolamento delle campagne, le usanze, gli svaghi ed i tempi di lavoro cambiarono.
In campagna gli impegni lavorativi sono condizionati dal buio della notte e dalla luce del giorno, dal freddo e dal caldo, dal variare delle stagioni, nell' industria sono regolati da un orario rigido e parcellizzato.
Le tradizioni apprese dalle generazioni precedenti scompaiono.
Grazie allo studio ed alle interviste di una ricercatrice che ha raccolto testimonianze registrando memorie di anziani, siamo riusciti a recuperare alcun aspetti della cultura contadina tradizionale, in particolare, riti, feste, cerimonie che scandiscono il tempo rurale.

FESTE DI INIZIO D'ANNO
Il primo giorno del nuovo anno era il primo dei dodici giorni che permetteva ai contadini di prevedere il tempo meteorologico per tutta l'annata che stava per iniziare ma era anche il giorno di altri riti adatti a propiziarsi il futuro.
Così le ragazze in età da marito lanciavano la ciabatta dalle scale di casa o mettevano la scodella sul davanzale della finestra con dentro acqua e un loro capello per leggervi il nome del futuro sposo.
Così si faceva attenzione alla prima persona che si incontrava, si rigovernava di prima mattina la casa per non iniziare l'anno nel disordine, si contavano i soldi o si mangiavano le lenticchie per assicurarsene molti.
Nelle campagne della tradizione, l'arrivo del nuovo anno portava anche un lungo periodo di questue. Erano i bambini, un tempo probabilmente anche gli adulti, che passavano nelle varie famiglie del paese, rivolgevano l'augurio alla gente e chiedevano la strenna. In regalo, come controdono ricevevano frutta secca, mandarini, gallette, "biscoc","ciapule" di fichi o di pesche, mele, pere o magari anche una piccola moneta.

RITUALITA' CARNEVALESCA
A Carnevale si chiamavano tutti e insieme , ragazzi e ragazze e si andava a ballare al paese più vicino. A Carnevale entravano anche i vecchi nel ballo. Ballavano il martedì, la domenica dopo e poi ancora a San Giuseppe.
Il martedì di Carnevale si faceva un pranzo con tutti quelli della collina o della borgata e poi si girava per le case a bere, poi sovente la sera si ballava.
Non si poteva andare a lavorare nei campi, nelle vigne, altrimenti si veniva legati e portati a casa, per festeggiare, per bere.
Si racconta ancora, in un paese, di uno che era andato a lavorare, allora l'hanno legato con un "suvastr", una grossa corda di canapa, coricato su una "siveria", un carretto che serviva per portare il letame, l'hanno riportato a casa. In molti dietro i portatori recitavano il rosario.
Anche in questi momenti di grande allegria e di mancanza di freni, muta solo raramente la condizione della donna. Sono solamente gli uomini, a volte i bambini, che girano di casa in casa durante gli ultimi giorni di Carnevale ed anche oltre. Le donne semmai, invece di far festa, devono pensare a cucinare e a preparare le bevande.
Il vino a litri viene tracannato per rendere più "trasgressivo" il momento rituale.
Il tempo del Carnevale, con i suoi riti dominati dall' eccesso, dal divertimento, è stato ed è variamente interpretato come momento di propiziazione agricola del nuovo anno.

FESTIVITA' DI PASQUA
Una questua molto importante che è quella che nelle campagne del Piemonte tradizionale si indica come "canté i euv", il canto delle uova.
La questua delle uova è collegata al ritorno della primavera e ne auspica il rifiorire.
Gruppi di giovani vanno di cascina in cascina a chiedere uova e altri alimenti che verranno utilizzati per imbandire un pranzo collettivo il lunedì dell'Angelo. Si ricorda con piacere il lungo peregrinare notturno di casa in casa,( spesso alla ricerca di quelle abitazioni dove c'erano le ragazze) con i suonatori, una fisarmonica o un clarino, e con il raccoglitore delle uova, che chiudeva la fila con la sua cesta.
La questua del canto delle uova, era riservata agli uomini e vietata alle donne, sia perché tradizionalmente esse non dovevano partecipare a tempi di festa carnevalesca e/o profana, sia perché si svolgeva durante le ore notturne, quando le donne devono essere in casa e non in giro.

LA PRIMAVERA: Il canto di Maggio
Con l' arrivo del mese di maggio iniziava nel Monferrato una questua di cui troviamo notevoli tracce su buona parte del territorio collinare del Piemonte.
Erano le giovani donne a dedicarsi a questo rito itinerante di "fertilità primaverile".
A cantar maggio andavano le ragazzine, portavano un ramo di pino, ornato di nastri colorati ed alla cima mettevano una bambolina.
La canzone annunciava il ritorno di maggio, il rifiorire della natura.
Una ragazzina veniva vestita "elegantemente", era la "reginetta di maggio", le altre questuanti portavano un cestino per raccogliere quello che ricevevano in cambio della loro visita.
Il calendimaggio è un rito antico, tanto che la pratica è già conosciuta in epoca precristiana.

FESTA PATRONALE
Con l' arrivo della bella stagione, poi, iniziavano i lavori dei campi e non vi erano più intermezzi; fin dopo la pigiatura delle uve il contadino non ha più tempo per gli svaghi.
Unica eccezione era la Festa Patronale.
Rappresentava uno stacco alla quotidianità.
Si piantava il ballo a palchetto sulla piazza del paese ed il sabato sera e la domenica si ballava, giovani e meno giovani; le ragazze ballavano sotto lo sguardo vigile delle madri.
Il ballo costituiva un momento importante di incontro, non solo per i giovani del paese, ma anche per i paesi vicini, in tempi in cui lavoro e povertà non permettevano molte altre occasioni di conoscenza.
Un particolare, ricco pranzo domenicale faceva parte della festa e ad esso erano invitati i parenti ed amici provenienti da altri paesi.
Al lunedì le comunità rurali tradizionali riprendono i ritmi propri della campagna.

LE FESTE DEI MORTI
Il giorno dei Santi, il primo novembre, la gente partecipava alla messa e poi in processione si recava al cimitero del paese per onorare i defunti.
La notte seguente poi, quella tra il primo e il secondo giorno di novembre, tra la festa dei Santi e dei Morti, era ritenuta una delle notti più magiche della tradizione popolare. La sera nelle case si recitava il rosario intero, con tutti i misteri, e si mangiavano le castagne. In chiesa le campane suonavano dall'imbrunire fino alla mezzanotte.
La credenza popolare diceva che i morti andavano in processione, giravano per le borgate e le strade dei paesi e tornavano nelle case dove avevano vissuto.
Non bisognava uscire quella notte per non incontrarli e il mattino della festa era importante alzarsi molto presto per andare a messa ma soprattutto perché loro, dopo aver vagato tutta la notte, potessero andare a riposarsi nei letti, lasciati liberi e rifatti. Si lasciavano anche piatti di castagne e vino da bere perché potessero nutrirsi durante la notte. Si ricorda che in qualche paese c'era addirittura l'usanza di dormire sulla sponda del letto, rannicchiati in uno stretto spazio, quella notte, per lasciare una parte ai morti che tornavano.
Altrove invece si ricorda la simpatica tradizione, dei regalini che portavano di nascosto ai bambini, la sera dei Santi, quasi un anticipo dei regali di Santa Lucia o di Babbo Natale.

Si ringrazia per la collaborazione la dott.sa Renata Remondino, antropologa, dai cui lavori è stato tratto questo scritto.

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