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PREMESSA
FESTE DI INIZIO D'ANNO
RITUALITA' CARNEVALESCA
FESTIVITA' DI PASQUA
LA PRIMAVERA: Il canto di Maggio
FESTA PATRONALE
LE FESTE DEI MORTI
Si ringrazia per la collaborazione la dott.sa Renata Remondino,
antropologa, dai cui lavori è stato tratto questo scritto.
Dopo la seconda guerra mondiale, con la ripresa delle attività produttive
nei centri del triangolo industriale del Nord Italia, si creò una grande richiesta
di manodopera.
Questo fu il principio scatenante di uno sfrenato spopolamento del Monferrato,
che situato nel baricentro di questo triangolo industriale subì l' attrazione
contemporanea di Torino, Genova e Milano.
Alla fine degli anni cinquanta in
queste tre città lavorava quasi la metà della gioventù Monferrina, una parte
erano lavoratori pendolari, ma la maggioranza si era trasferita stabilmente
nelle grandi città.
A causa di questo flusso migratorio e dello spopolamento delle campagne, le usanze,
gli svaghi ed i tempi di lavoro cambiarono.
In campagna gli impegni lavorativi sono condizionati dal buio della notte e dalla
luce del giorno, dal freddo e dal caldo, dal variare delle stagioni,
nell' industria sono regolati da un orario rigido e parcellizzato.
Le tradizioni apprese dalle generazioni precedenti scompaiono.
Grazie allo studio ed alle interviste di una ricercatrice che ha raccolto
testimonianze registrando memorie di anziani,
siamo riusciti a recuperare alcun aspetti della cultura contadina tradizionale,
in particolare, riti, feste, cerimonie che scandiscono il tempo rurale.
Il primo giorno del nuovo anno era
il primo dei dodici giorni che permetteva
ai contadini di prevedere il tempo meteorologico
per tutta l'annata che stava per iniziare ma era
anche il giorno di altri riti adatti a propiziarsi
il futuro.
Così le ragazze in età da marito
lanciavano la ciabatta dalle scale di casa o
mettevano la scodella sul davanzale della finestra
con dentro acqua e un loro capello per leggervi il
nome del futuro sposo.
Così si faceva attenzione
alla prima persona che si incontrava, si
rigovernava di prima mattina la casa per non
iniziare l'anno nel disordine, si contavano i soldi
o si mangiavano le lenticchie per assicurarsene
molti.
Nelle campagne della tradizione, l'arrivo del nuovo
anno portava anche un lungo periodo di questue. Erano
i bambini, un tempo probabilmente anche gli adulti,
che passavano nelle varie famiglie del paese,
rivolgevano l'augurio alla gente e chiedevano la
strenna. In regalo, come controdono ricevevano
frutta secca, mandarini, gallette, "biscoc","ciapule"
di fichi o di pesche, mele, pere o magari anche una
piccola moneta.
A Carnevale si chiamavano tutti e insieme
, ragazzi e ragazze e si andava a ballare al paese più vicino.
A Carnevale entravano anche i vecchi nel ballo.
Ballavano il martedì, la domenica dopo e poi ancora
a San Giuseppe.
Il martedì di Carnevale si faceva un pranzo con
tutti quelli della collina o della borgata
e poi si girava per le
case a bere, poi sovente la sera si ballava.
Non si poteva andare a lavorare nei campi, nelle
vigne, altrimenti si veniva legati e portati a
casa, per festeggiare, per bere.
Si racconta ancora, in un paese, di uno che era
andato a lavorare, allora l'hanno
legato con un "suvastr", una grossa corda di canapa,
coricato su una "siveria", un carretto che serviva per portare il
letame, l'hanno riportato a casa.
In molti dietro i portatori recitavano il
rosario.
Anche in questi momenti di grande allegria e di
mancanza di freni, muta solo raramente la
condizione della donna. Sono solamente gli uomini,
a volte i bambini, che girano di casa in casa
durante gli ultimi giorni di Carnevale ed anche
oltre.
Le donne semmai, invece di far festa, devono pensare a
cucinare e a preparare le bevande.
Il vino a
litri viene tracannato per rendere più "trasgressivo" il
momento rituale.
Il tempo del Carnevale, con i suoi riti dominati dall' eccesso,
dal divertimento, è stato ed è variamente interpretato come
momento di propiziazione agricola del nuovo anno.
Una questua molto importante che è quella che nelle campagne del
Piemonte tradizionale si indica come "canté i euv",
il canto delle uova.
La questua delle uova è collegata al ritorno della primavera e
ne auspica il rifiorire.
Gruppi di giovani vanno di cascina in cascina a
chiedere uova e altri alimenti che verranno
utilizzati per imbandire un pranzo collettivo il
lunedì dell'Angelo.
Si ricorda con piacere il lungo peregrinare
notturno di casa in casa,( spesso alla ricerca di
quelle abitazioni dove c'erano le ragazze) con i
suonatori, una fisarmonica o un clarino, e con il
raccoglitore delle uova, che chiudeva la fila con
la sua cesta.
La questua del canto delle uova,
era riservata agli uomini e vietata alle donne,
sia perché tradizionalmente esse non dovevano
partecipare a tempi di festa carnevalesca e/o
profana, sia perché si svolgeva durante le ore
notturne, quando le donne devono essere in casa e
non in giro.
Con l' arrivo del mese di maggio iniziava nel Monferrato una questua
di cui troviamo notevoli tracce su buona parte del territorio
collinare del Piemonte.
Erano le giovani donne a dedicarsi a questo rito itinerante di
"fertilità primaverile".
A cantar maggio andavano le ragazzine, portavano un ramo di pino,
ornato di nastri colorati ed alla cima mettevano una bambolina.
La canzone annunciava il ritorno di maggio, il rifiorire della natura.
Una ragazzina veniva vestita "elegantemente", era la "reginetta di maggio",
le altre questuanti portavano un cestino per raccogliere quello che
ricevevano in cambio della loro visita.
Il calendimaggio è un rito antico, tanto che la pratica è già
conosciuta in epoca precristiana.
Con l' arrivo della bella stagione, poi, iniziavano i lavori dei campi e
non vi erano più intermezzi;
fin dopo la pigiatura delle uve il contadino non ha più tempo per gli svaghi.
Unica eccezione era la Festa Patronale.
Rappresentava uno stacco alla quotidianità.
Si piantava il ballo a palchetto sulla piazza del paese ed il sabato sera e la domenica si ballava,
giovani e meno giovani; le ragazze ballavano sotto lo sguardo vigile delle
madri.
Il ballo costituiva un momento importante di incontro, non solo per i giovani del
paese, ma anche per i paesi vicini, in tempi in cui lavoro e povertà non
permettevano molte altre occasioni di conoscenza.
Un particolare, ricco pranzo domenicale faceva parte della festa e ad
esso erano invitati i parenti ed amici provenienti da altri paesi.
Al lunedì le comunità rurali tradizionali riprendono i ritmi propri della
campagna.
Il giorno dei Santi, il primo novembre, la gente
partecipava alla messa e poi in processione si recava al
cimitero del paese per onorare i defunti.
La notte seguente poi, quella tra il primo e il
secondo giorno di novembre, tra la festa dei Santi e
dei Morti, era ritenuta una delle notti più magiche
della tradizione popolare. La sera nelle case si
recitava il rosario intero, con tutti i misteri, e
si mangiavano le castagne. In chiesa le campane
suonavano dall'imbrunire fino alla mezzanotte.
La credenza popolare diceva che i morti andavano in processione,
giravano per le borgate e le strade
dei paesi e tornavano nelle case dove avevano
vissuto.
Non bisognava uscire quella notte per non
incontrarli e il mattino della festa era importante
alzarsi molto presto per andare a messa ma
soprattutto perché loro, dopo aver vagato tutta la
notte, potessero andare a riposarsi nei letti,
lasciati liberi e rifatti. Si lasciavano anche
piatti di castagne e vino da bere perché potessero
nutrirsi durante la notte. Si ricorda che in
qualche paese c'era addirittura l'usanza di dormire
sulla sponda del letto, rannicchiati in uno stretto
spazio, quella notte, per lasciare una parte ai
morti che tornavano.
Altrove invece si ricorda la simpatica tradizione, dei
regalini che portavano di nascosto ai bambini, la
sera dei Santi, quasi un anticipo dei regali di
Santa Lucia o di Babbo Natale.